Allarme per i conti dell’Inps. Con il reddito di inclusione possono collassare

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Un minestrone di spesa pubblica – tra previdenza e assistenza – che vale la bellezza di oltre 321,4 miliardi ma crea una grande confusione tra diritti, contributi e interventi di generosa assistenza. L’annoso dibattito per giungere alla separazione tra spesa previdenziale (pensioni pure 217,8 miliardi, 168,5 miliardi al netto delle tasse), e uscite assistenziali (interventi benefici e di puro sostegno al reddito, 103,6 miliardi), ha subito sicuramente un’accelerazione da quando la recessione economica mondiale ha messo sotto i riflettori le uscite pubbliche. Con l’introduzione della spending review (più declamata che applicata), si è intervenuti pesantemente sui trasferimenti finanziari. Però alcune spese sono misteriosamente lievitate. E le voci di uscita spesso – cambiando denominazione e sigla – restano le stesse, se non lievitano.

Scorrendo i numeri del Quarto rapporto di Itinerari previdenziali (il centro studi fondato dall’esperto di questioni previdenziali Alberto Brambilla), salta all’occhio che c’è un evidente squilibrio tra uscite previdenziali e assistenziali. Dai dati 2015 (ultimi disponibili, presentati a febbraio 2017), la spesa per le pensioni è arrivata a 217,8 miliardi (168,5 miliardi al netto delle tasse), mentre quella assistenziale nello stesso periodo ha superato i 103,6 miliardi. Con trascurabile differenza che la spesa per le pensioni è finanziata dai contributi (entrano circa 4 miliardi più di quanti ne escano: 172,2 miliardi). Mentre la seconda è completamente a carico della fiscalità generale. Le pensioni assistite parzialmente o totalmente sono oltre 8,3 milioni su un totale di 16,2 milioni (il 51,34%) e nel 2015 su 1.120.000 nuove prestazioni liquidate quelle assistenziali sono addirittura il 51%.

SQUILIBRIO NEI CONTI
L’ultima trovata – dal sapore vagamente pre-elettorale – è il varo dal 1 gennaio 2018 del Reddito d’Inclusione, che sostituirà e allargherà l’attuale Sia (Sostegno per l’Inclusione attiva). Le domande (si ipotizza una platea potenziale di 2,5 milioni di persone, circa 780 mila famiglie), si potranno presentare a partire da venerdì 1 dicembre. Ma, con 1,6 milioni di famiglie censite dall’Istat sotto la soglia di povertà, il rischio è che lo stanziamento debba essere repentinamente aumentato. L’Alleanza contro la povertà – la rete di 35 associazioni che hanno denunciato la scarsità delle risorse – teme che in piena campagna elettorale si possono addirittura allargare i parametri di accesso, rischiando così di massimizzare il numero dei beneficiari e vanificando l’intervento per esiguità di risorse. Le pensioni assistite parzialmente o totalmente sono oltre 8,3 milioni su un totale di 16,2 milioni (il 51,34%), e nel 2015 su 1.120.000 nuove prestazioni liquidate quelle assistenziali sono addirittura lievitate al 51% del totale.

Come se non bastasse l’invecchiamento progressivo della popolazione rischia di far esplodere la spesa assistenziale. Giusto ieri il vulcanico presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha diffuso i dati sulla lievitazione dei costi di assistenza. «La nostra stima», ha scandito Boeri intervenendo al convegno WelForum del Cnel, «è che il costo delle prestazioni per non autosufficienza dovrebbe lievitare di almeno un terzo al 2050, portandosi a una cifra intorno ai 54 miliardi. La spesa per la non autosufficienza arriverebbe così al 3,2% del Pil, mentre ora siamo intorno al 2%». Il che tradotto in soldoni vuol dire che solo per le circa 4 milioni di persone con disabilità lo Stato spende oggi oltre 30 miliardi. Soldi che vengono distribuiti a pioggia. Con il non invidiabile risultato che «si finisce per dare poco a molta gente. Diamo troppo poco a persone che hanno gravi problemi di non autosufficienza», ha ammesso Boeri chiedendo una cambio di marcia. Se si cambiasse impostazione «potremmo fare una riforma ambiziosa che ci avvicinerebbe agli altri Paesi europei» non facendo cadere gli oneri solo sulle famiglie, in particolare sulle donne con effetti anche sull’occupazione». Nell’attuale legge di Stabilità la commissione Bilancio ha previsto appena una “mancetta” per i caregiver: 20 milioni l’anno dal 2018 al 2020 per interventi a favore dei familiari che assistono un congiunto (un familiare o un affine entro il secondo grado, o di familiare fino al terzo grado che non sia autosufficiente, sia ritenuto invalido o sia titolare di indennità di accompagnamento). Secondo l’Indagine multiscopo Istat sarebbero 3.329.000 i caregiver che si prendono cura di adulti anziani, malati, disabili. Venti milioni diviso oltre 3 milioni fa pochi spiccioli a testa.

LO SCIPPO DI STATO
A dirla tutta la spesa previdenziale si regge su un patto fiduciario con i lavoratori, che versano i contributi per garantirsi una prestazione economica futura. Peccato che le carte in tavola vengano cambiate. Spesso. Con la Riforma Fornero lo Stato ha modificato, ad esempio, requisiti e rendimenti. A conti fatti l’intervento Monti vale (dal 2012 al 2021), la bellezza di 80 miliardi di risparmi. Il rinvio dell’età pensionabile, la minor permanenza in pensione degli aspiranti pensionati (agganciamento dell’età pensionabile ed alle aspettative di vita), si trasforma in risparmi per le casse pubbliche. Lo Stato per decenni non ha versato per i milioni di propri dipendenti i relativi contributi. Rinviando ai politici delle generazioni future il problema della sostenibilità economica. Ora i nodi sono venuti al pettine. Le manifestazioni sindacali previste per il 2 dicembre sono legate proprio alla richiesta di allargare le platee degli esentati dall’aumento dell’età pensionabile. Mesi e mesi di trattativa per (non) trovare un accordo governo-sindacati. Allargare ancora i cordoni della spesa previdenziale al nostro Paese è stato vietato. Da Unione europea, Banca centrale, Fondo monetario e Ocse. Il faticoso intervento, messo nero su bianco in legge di Bilancio, costerà “pochi” milioni. Pochi rispetto agli oltre 300 miliardi di spesa annuale. Tantissimi per uno Stato che non può più permettersi più spese simili. Eppure qualcosa di concede sempre…

di Antonio Castro – LiberoQuotidiano

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