BECCHI: “DI MAIO E SALVINI? LA SOLUZIONE È UNA STAFFETTA, COME FECERO CRAXI E ANDREOTTI”

Ci troviamo di fronte ad un bivio: un governo sostenuto in Parlamento da M5S e centrodestra, con Salvini azionista di maggioranza della sua coalizione, o in tempi ragionevoli nuove elezioni con una legge elettorale che preveda una correzione maggioritaria (Rosatellum corretto con premio). In questa seconda ipotesi anche Gentiloni potrebbe fare da Caronte per gli affari correnti fino al voto. Ma parlare oggi di elezioni, a nuova legislatura appena avviata, può sembrare come parlare di corde in casa degli impiccati. E qui non di impiccati si tratta, ma di privilegiati da 15.000 euro al mese. Dunque concentriamoci sulla seconda ipotesi.

La strada per la formazione del nuovo governo è in salita, perché entrambe le forze politiche che hanno ottenuto il miglior risultato alle elezioni vogliono ricevere l’incarico, ma nessuna delle due è in grado di avere da sola la maggioranza per poter governare. Da un lato Di Maio reclama l’incarico perché leader del partito più votato, dall’altro Salvini lo vuole per sé perché leader della lista che ha ottenuto più voti all’interno della coalizione di maggioranza relativa. Centrodestra e M5s insieme avrebbero una ben solida maggioranza, ma i pentastellati non sembrano ancora disponibili a fare alleanze di governo. Eppure qualcosa è cambiato.

IL PRECEDENTE

Se voti un candidato di Forza Italia e passi le giornate al telefono con Matteo Salvini vuol dire che il tempo in cui Grillo lo mandava a fanculo è finito. Cosa può succedere ora?

Facciamo un passo indietro e mentre assistiamo al tramonto della Seconda Repubblica vediamo cosa succedeva nella prima. Era il 1988 e Giulio Andreotti faceva una delle sue battute dal palcoscenico del bagaglino. Alla domanda di Pippo Franco su quali fossero i difetti di Craxi, il Divo Giulio rispose che il leader socialista si era dimenticato di lasciare il testimone nella “staffetta”.

A cosa si riferiva? Andreotti si riferiva alla precedente legislatura quando, nonostante gli accordi tra Psi e Dc su una “staffetta” a Palazzo Chigi tra Craxi e Andreotti, il leader socialista rimase in carica sino alla fine anticipata della legislatura (salvo il governo “balneare” di Fanfani che traghettò il Paese a nuove elezioni). In quel caso Craxi riuscì a fregare Andreotti, infatti la “staffetta” non ci fu, ma l’accordo c’era stato, tant’è che nel 1989 il Psi mantenne in ritardo i patti con la Dc e Andreotti andò a Palazzo Chigi presiedendo gli ultimi suoi due esecutivi (1989 – 1992). All’epoca erano governi di coalizione tra gruppi parlamentari, quindi i ministeri venivano suddivisi tra i partiti della stessa maggioranza di governo in proporzione alla forza elettorale di ciascuno, chiunque fosse il Presidente del Consiglio.

IL NODO MINISTRI

Oggi siamo più o meno, ovviamente con tutte le differenze del caso, in una situazione simile. E allora non sarebbe possibile ipotizzare una “staffetta” senza inganni, ben definita sin dall’inizio di fronte agli elettori, con Salvini premier fino alla fine del 2020 e Di Maio fino al termine della legislatura? Entrambi i governi dovrebbero contenere al loro interno esponenti dei gruppi alleati: nel caso di un governo Salvini per la prima metà della legislatura, questo dovrebbe includere importanti ministri indicati dai 5Stelle, così come il successivo governo Di Maio dovrebbe contenere al suo interno esponenti di rilievo della coalizione di centrodestra.

Si dirà: Di Maio non prenderà mai in considerazione una ipotesi del genere. Lui ha già mandato la lista dei suoi ministri al Presidente della Repubblica via mail. Una mossa mediatica in campagna elettorale, ma nulla di più. La democrazia parlamentare funziona diversamente e le elezioni dei due Presidenti lo hanno mostrato. Niente streaming, nessun coinvolgimento della rete, Salvini e Di Maio si sono messi d’accordo e il risultato è stato raggiunto. A giochi fatti è arrivata anche la benedizione dell’Elevato di Sant’Ilario.

Il partito di Di Maio può dimostrare di essere in grado di partecipare alla partita che conta veramente, la guida del Paese, accettando un compromesso come quello qui prospettato. Un compromesso che, tra l’altro, lascia anche spazio alle legittime personali aspirazioni dei due giovani leader. Unica alternativa possibile: un passo indietro di entrambi a favore di un terzo condiviso. Ma tutto si complicherebbe ulteriormente e inutilmente.

LA SUCCESSIONE

Forza Italia accetterebbe una soluzione di questo tipo? Berlusconi accetterà qualsiasi cosa pur di evitare le elezioni anticipate. Non ha alternative. Ma c’è una ragione più profonda. Il leader di Forza Italia non è riuscito a creare una successione nel suo partito e ora Salvini ha preso il suo posto nella coalizione. Deve farsene una ragione, smettendola di ascoltare leccaculi irresponsabili che lo hanno portato alla rovina. A Berlusconi non resta che fare come ha fatto Grillo: uscire dignitosamente dalla scena politica. Sta cominciando a formarsi una nuova classe dirigente da cui potrà nascere la Terza Repubblica. Tutto può iniziare con una “staffetta”. Poi correranno da soli.

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