BECHIS SVELA L’ULTIMA VERGOGNA DEI POLITICI ITALIANI: TAGLIANO IL VITALIZIO MA S’INTASCANO IL TFR…

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La legge che porta la firma del Pd Matteo Richetti per abrogare i vitalizi e sostituirli con assegni pensionistici contributivi modellati su quelli dei dipendenti pubblici potrebbe essere più costosa per le casse dello Stato del mantenimento degli stessi vitalizi. L’ipotesi che ha lasciato sotto choc gran parte dei senatori che oggi dovrebbero approvarla è stata avanzata durante le audizioni informali fatte questa settimana dalla commissione affari costituzionali da uno dei massimi esperti di trattamento pensionistico del pubblico impiego, Antonietta Mundo. All’Inps dal 1982 al 2013, la Mundo si è sempre occupata di statistiche attuariali degli assegni previdenziali. Per lunghi anni è stata incaricata di rappresentare l’Inps presso il ministero del Lavoro per «tutti gli aspetti statistico-attuariali e le stime previsionali relative alla riforma del welfare». Insomma, una che quei calcoli sui sistemi previdenziali li sa fare quasi a vista.

Quando il primo pomeriggio del 27 settembre scorso la Mundo è stata chiamata a dare un parere sul disegno di legge Richetti già approvato dalla Camera, ha premesso: «Con questo ddl il sistema previdenziale parlamentare uscirebbe dal sistema di autodichìa che oggi lo isola e lo diversifica dal sistema previdenziale generale, per entrare a fare parte del regime previdenziale ordinario dei dipendenti pubblici». E qui sta la trappola. Perché erroneamente Richetti individua nel sistema dei dipendenti pubblici un contributivo puro. Non è così, e la Mundo spiega: «In verità per gli statali con contribuzione anteriore al 1.1.1996 vige il calcolo pro-quota retributivo e contributivo; per chi ha contribuito invece per la prima volta dal 1.1.1996 vige il sistema interamente contributivo».

E già qui i risparmi previsti sugli assegni di più antica data potrebbe andare gambe all’aria. Ma la legge Richetti compie un altro passo falso: «Il comma 4 dell’articolo 12 poi rimanda per tutti gli istituti non regolamentati dal ddl in esame alle norme generali che disciplinano il sistema pensionistico obbligatorio dei lavoratori dipendenti delle amministrazioni statali». Ai profani sembrerebbe una semplice e innocua parità di condizioni.

Non è così, sostiene l’ex dirigente Inps: «Il rimando alle norme generali dei dipendenti statali, oltre a confermare l’adeguamento alla disciplina ordinaria, genera un aumento degli oneri finanziari per le Camere che non sembrano essere stati valutati appieno al momento della presentazione del ddl». Si andrebbe a spendere assai più di prima. Perché con quella parificazione, deputati e senatori come i dipendenti pubblici potranno avere da una parte il calcolo della pensione pro-quota che per un certo numeri di anni aveva il sistema retributivo sulla base della retribuzione degli ultimi dieci anni.

Ma anche potranno avere «il riconoscimento del servizio militare e della maternità; i riscatti di periodi lavorati nella pubblica amministrazione; i riscatti di laurea; le ricongiunzioni; la possibilità di cumulo contributivo; la possibilità di totalizzazione; la richiesta di versamenti volontari; le pensioni supplementari e i supplementi di pensione; il diritto ad avere altri canali di pensionamento e soprattutto il trattamento di fine servizio – Tfs o Tfr che si dica». Una bomba finanziaria sui conti delle due Camere o su quelli dell’Inps sotto cui si vorrebbe portare la nuova previdenza dei politici.

Ma secondo la Mundo ci sarebbero anche altri errori tecnici di non poco conto sul metodo di calcolo dall’importo delle nuove pensioni politiche che dovrebbero sostituire i vitalizi. Lei lo ha sottolineato così: «Usare l’età del pensionamento per il ricalcolo dei vitalizi in essere ha un’alta probabilità di riferire il calcolo a periodi anteriori al 1996, quando il sistema di calcolo contributivo non esisteva ancora per nessuno. È intuibile la facilità con cui si potrebbero istruire ricorsi giudiziari perché fra l’altro in contrasto con la normativa vigente per i dipendenti pubblici. Per esempio per i vitalizi di reversibilità quale età andrebbe considerata? Quella posseduta dal dante causa al pensionamento o quella del superstite alla decorrenza della reversibilità? A mio parere nessuna delle due perché sarebbe iniquo farlo».

La Mundo poi ricorda anche un caso particolare che la legge non ha previsto, quello in cui i titolari di cariche elettive abbiano optato (lo facevano spesso ad esempio in Trentino Alto Adige) per l’intera o parziale capitalizzazione del vitalizio che «non essendoci più non può essere abolito. Eventualmente dovrebbe essere regolamentato il suo intero recupero, per poterlo trasformare in trattamento previdenziale contributivo erogato mensilmente. Qualora il relativo recupero non fosse previsto si verrebbe a determinare una disparità di trattamento fra titolari di cariche elettive».

La Mundo non è stata la sola a smontare il ddl Richetti durante le audizioni. Se l’avversità delle associazioni degli ex parlamentari era scontata, qualche problema in più nasce dall’audizione della conferenza delle Regioni e province autonome, che hanno segnalato con sapienza un buco della riforma: quello sugli assessori esterni o tecnici delle giunte regionali. Anche loro prendono i vitalizi perché parificati ai consiglieri regionali, ed essendosene dimenticato Richetti, continueranno a prenderli anche quando per tutti gli altri saranno stati aboliti. Con un evidente impar condicio che rischia di produrre valanga di ricorsi giudiziari.

Cosa succede ora? Il testo ovviamente può essere modificato dal Senato, e dopo l’audizione della Mundo che ha spiegato come lieviterebbero i costi e che ai parlamentari bisognerebbe pagare anche retroattivamente il tfr, è doveroso cambiarlo. Ma con la sessione di bilancio che incombe e la legislatura agli sgoccioli costringere la riforma dei vitalizi a fare un ulteriore passaggio alla Camera significherebbe affossarla per sempre. Ed è il suo destino più probabile.

Fonte: qui

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