COSTI DELLA POLITICA, RIMBORSI E SCANDALI: IL PRELUDIO DELLA RETROCESSIONE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE

Con l’approssimarsi degli appuntamenti elettorali riemergono puntualmente le polemiche relative agli scandali dei “costi della politica”, talvolta fino ad assorbire per intero i dibattiti e i programmi elettorali (superate, in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, soltanto dalla soverchiante emergenza sicurezza); c’è poi chi, come il Movimento 5 Stelle, di tali istanze si è fatto paladino per eccellenza.

Se per larga fetta dell’elettorato l’approccio moralistico, altre volte da tifoseria giacobina, fa trascendere non solo il tenore della discussione ma anche il rigore delle soluzioni proposte, chi si accinge alla politica istituzionale dovrebbe invece dimostrare maggiore lucidità nel riconoscere gli abusi e farvi fronte; purtroppo così non accade e vengono riprodotti i medesimi eccessi, assolutamente non risolutivi e addirittura ulteriormente distorsivi.

C’è di più: focalizzare sui vizi e sui costi della politica è il più delle volte funzionale alla perpetuazione delle contraddizioni e delle criticità di fondo del sistema politico stesso, trattandosi quindi di uno spostamento dell’attenzione alla superficie.

Ed ancora, bisogna notare che ad accrescere il bagaglio di contestazioni contribuiscono i confronti con i sistemi di altri paesi (europei ed extra) sovente condotti in modo acritico, stabilendo così paragoni sganciati dalla dovuta riflessione sulle differenti influenze socio-culturali.

Ciò premesso, osserviamo alcune delle censure più comuni, prendendo come riferimento per le nostre analisi il più alto livello di governo.

Costi della politica: stipendi e vitalizi

Prima fonte di interminabili dispute sono gli i “costi della politica” (intendendo con tale termine principalmente gli stipendi dei politici in modo omnicomprensivo: l’indennità, la diaria e i rimborsi spese), che ammontano a circa 170 mila euro annui per parlamentare, cioè circa 14 mila euro mensili (più precisamente: 13.971,35 euro/mese per i deputati, 14.634,89 euro/mese per i senatori), ai quali si accompagna il cosiddetto “assegno di fine mandato”, pari all’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità corrisposta per ogni legislatura (o frazione di mandato non inferiore a 6 mesi). Gli importi sono ragguardevoli e meritano senz’altro un ripensamento (c’è da dire che ciclicamente la maggioranza di governo, più che altro per dare una parvenza di rispetto del patto elettorale, prova a metterci mano, sfruttando poi le tensioni dell’agone politico e le pieghe dei regolamenti parlamentari per non portare a termine il proposito).

Occorre però rimarcare la necessaria funzione di uno stipendio “generoso”, che si ritiene elevato se parametrato alla remunerazione media delle mansioni “popolari”, ma resta comunque inferiore ai compensi delle figure più qualificate (imprenditori, dirigenti, professionisti specializzati); in particolare queste ultime categorie sarebbero scoraggiate all’impegno politico a causa della perdita economica personale che ne deriverebbe, quando invece del loro valore aggiunto e della loro rappresentanza la classe dirigente non può farne a meno. Va rilevato inoltre che l’insopportabilità degli stipendi dei politici è soprattutto una questione di percezione e di reazione: in un Paese in cui molte questioni sociali restano irrisolte, parecchie scelte politiche sono ampiamente criticabili e la preparazione culturale dei parlamentari lascia alquanto a desiderare, è naturale che monti l’insoddisfazione e si rafforzi la convinzione che si tratti di risorse ingiustamente sottratte alla collettività, anche se a ben vedere su molte sfortune e su molte scelte incida ben più gravemente il problema del debito pubblico in mano ai privati (questione invece sottovalutata a causa dell’elevata difficoltà di comprensione).

Non poche diatribe sono sorte anche con riguardo ai “vitalizi”. In proposito bisogna precisare che agli ex parlamentari in carica fino al 2011 era riconosciuta una rendita fissa (3.108 euro lordi) non commisurata agli accantonamenti contributivi effettuati, mentre dal 2012 i parlamentari di nuovo insediamento godono di un trattamento pensionistico basato sul sistema contributivo (per i parlamentari in carica al 31 dicembre 2011 vige un sistema misto pro-rata). Se per beneficiare dell’ex vitalizio era sufficiente un singolo mandato, per l’accesso alla pensione è necessario aver compiuto 65 anni ed aver seduto in una delle Camere per almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno (tenendo conto che per ogni anno di mandato in più rispetto al quinto si sottrae un anno anagrafico dall’età pensionabile). Per superare l’odioso privilegio del vitalizio – che, si stima, riguarda ancora oggi circa 2.600 ex parlamentari che ricevono 193 milioni di euro netti all’anno – era intervenuto nell’ultima legislatura il “ddl Richetti”, la cui finalità era quella di estendervi il metodo contributivo; tuttavia il provvedimento in parola non è stato approvato in via definitiva ed è quindi decaduto.

Anche in questo caso l’eco dello sdegno rischia di far dimenticare l’essenza stessa del vitalizio o pensione che sia, ossia consentire una rendita a coloro che intendono abbandonare l’attività lavorativa per intraprendere la carriera politica, offrendo una copertura di lungo periodo che tenga lontani i parlamentari da eventuali condizionamenti economici. La messa in discussione totale dell’istituto in questione, considerati i tempi piuttosto lunghi di assenza dal lavoro (con le ovvie difficoltà di reimmissione a mandato scaduto, oltre alla questione del periodo contributivo intermezzo), rientra pienamente non nella logica del contrasto alle distorsioni del sistema, ma della perdita del baricentro rispetto ai principi di partenza. In ogni caso è auspicabile un intervento normativo che, con riferimento agli ex vitalizi, sappia conciliare i diritti quesiti con i criteri di ragionevolezza e di contenimento della spesa pubblica.

Ricapitolando, se di ingenti costi si tratta, anziché agire sullo scardinamento dei singoli istituti occorre intervenire sugli importi stanziati, sulla revisione delle modalità di accesso ai benefici e da ultimo sul numero complessivo dei rappresentanti eletti (attraverso una riforma costituzionale), che genererebbe ulteriori risparmi indiretti, tipo sulle spese di cancelleria e relative ai servizi.

Costi dei partiti

Viceversa, nell’ambito del discorso sui costi della politica si sono registrate importanti novità nel corso dell’ultima legislatura: su tutte, la legge 13/2014 ha abolito i rimborsi elettorali, comportando una netta inversione di tendenza dal finanziamento pubblico al finanziamento privato.

I partiti possono dunque finanziarsi attraverso le erogazioni liberali in denaro (in relazione alle quali i donatori beneficiano di una detrazione fiscale pari al 26% per gli importi fino a 30 mila euro), con il tetto massimo di 100 mila euro per ogni privato (persona fisica o giuridica), oppure mediante il 2×1000 da destinare con la dichiarazione Irpef. Si tratta però di opportunità che spettano esclusivamente a quei partiti iscritti in un apposito registro, per cui è richiesto uno statuto da cui trasparisca adeguata trasparenza interna.

Dopo la sbornia del finanziamento pubblico – Openpolis stima che negli ultimi 20 anni i partiti abbiano introitato 2,7 miliardi di euro complessivi, con un guadagno netto pari a 1,9 miliardi di euro che tutt’ora giacciono nelle tesorerie dei partiti e delle fondazioni ad essi collegati – si preannunciano tempi decisamente duri, con entrate ridotte fino al 61%. Una boccata d’aria potrebbe arrivare dalle fondazioni politiche, che nel frattempo hanno accumulato notevoli patrimoni immobiliari, oppure da una maggiore contribuzione da parte degli iscritti ed in particolare dagli eletti.

L’abolizione dei rimborsi elettorali non coincide però con la rinuncia totale a forme di finanziamento pubblico: sopravvivono infatti i fondi destinati ai gruppi parlamentari (ai quali si cerca di accedere anche a costo di moltiplicare artificiosamente i gruppi), che garantiscono circa 50 mila euro per ogni parlamentare membro (fonte Openpolis) e consentono di finanziare attività imprescindibili tipo le spese per la comunicazione, per i servizi, per il personale e per le consulenze giuridiche, tant’è vero che gli importi e l’incidenza di detta fonte di entrata sono andati via via aumentando.

Se è vero che le misure adottate nel 2014 genereranno importanti risparmi per le casse pubbliche, occorre però badare anche al rovescio della medaglia. Da un lato, infatti, il finanziamento privato non è del tutto trasparente (i benefattori possono infatti garantirsi l’anonimato anche a fronte di cospicui contributi), mentre dall’altro bisogna constatare che il sistema delineato dalle leggi vigenti spinge verso un “sistema all’americana”, in cui fanno sentire il loro peso (economico e quindi anche politico) i think tank e le organizzazioni legate ad un determinato leader o gruppo d’interesse, con progressivo trasferimento del centro decisionale dagli scranni parlamentari verso l’esterno, ove residua ancora una certa opacità dei bilanci. Si è quindi cercato di forzare il cambiamento del paradigma sul modello americano in una società culturalmente profondamente diversa, in cui il coinvolgimento del cittadino-medio è parecchio attenuato (specialmente negli ultimi tempi) con tutte le ripercussioni del caso sulle strategie di fundraising. Per ora la riforma ha prodotto soltanto gravi difficoltà dei partiti a reperire risorse ed una disperata ricerca di nuovi finanziatori (o padroni?).

False speranze, rischi concreti

Dopo aver ricapitolato il contesto attuale dei “costi della politica”, è necessario svolgere alcune considerazioni.

Come si è potuto appurare in precedenza, il verbo antipolitico si sta nutrendo di scandali per arricchire una narrativa tesa non tanto a sostenere la correzione delle distorsioni delle regole del gioco, quanto piuttosto a ridefinire le regole stesse. In tal modo, però non ci si accorge che i principali beneficiari di questa “intransigenza legalitaria” non sono certo i sinceri democratici, ma gli oligarchi in agguato; a forza di gridare ai complotti si finisce per prestare il fianco a chi può fare delle istituzioni un terreno di conquista.

In altre parole l’antipolitica ha ben ragione di predicare un rinnovamento, non però nel senso sperato (per una maggiore sobrietà e senso civico nell’amministrazione delle casse pubbliche) bensì in quello volto a rendere l’accesso alla politica un hobby per benestanti che dispongono di risorse e di tempo libero, sul modello ottocentesco, stravolgendo la rivoluzione apportata dai partiti di massa del Novecento. A dirla tutta, tra parassiti e rampolli annoiati o strategici non passa una grande differenza in termini di danno collettivo.

A questa situazione si somma il crescente disinteresse per la politica – testimoniato dalla progressiva sparizione delle sedi politiche e dal crescente astensionismo elettorale – che, lungi dal rappresentare un “segnale forte” rivolto a chissà quale destinatario, realizza soltanto la rinuncia, il ritiro dalla vita pubblica di molti cittadini e la consequenziale messa a disposizione di spazi che saranno presto occupati da altri.

In conclusione si può dire che da qualsiasi prospettiva la si analizzi l’antipolitica non è che l’effetto di e la causa di ulteriore individualismo, del più bieco della specie tra l’altro, mentre all’orizzonte si stagliano scenari parecchio distanti dalle necessità di chi, fin troppo ingenuamente, si accoda al gruppo degli strilloni. Così come alla crisi della politica si risponde con maggiore partecipazione, alla crisi degli istituti parlamentari occorre rispondere con soluzioni lungimiranti.

Stefano Beccardi – Il Primato Nazionale

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