DIPLOMAZIA GIALLO-VERDE

Il governo Lega-5 Stelle è ora realtà. Sono molte le questioni delle quali si dovrà occupare, in uno dei momenti di passaggio più delicati della storia repubblicana, e la politica estera è probabilmente il terreno più delicato e sdrucciolevole. E, se per ora si hanno delle idee sommarie di quali potranno essere le strategie, cerchiamo comunque di analizzare le possibili strategie diplomatiche gialloverdi.

LA SFIDA EUROPEA

È fuor di dubbio che la sfida principale per Conte e la sua squadra sia quella da giocare all’interno dell’Unione Europea. Allo stesso modo, è innegabile come questa organizzazione stia attraversando la fase più buia della sua breve esistenza: il Regno Unito in fase d’uscita, un numero sempre maggiore di paesi in rotta di collisione con il sistema dei trattati europei, progetti ed aborti di revisione del sistema – l’inserimento del governo “populista” italiano potrebbe avere risultati imprevedibili.

Il messaggio di Conte è chiaro: non un’uscita dall’Unione Europea, bensì la preminenza degli interessi italiani ed una revisione generale del sistema di Bruxelles. In questa drastica rottura col passato recente della diplomazia italiana, tuttavia, il governo legastellato può trovare all’interno dell’UE numerose sponde e paesi amici.

I primi sono ovviamenti i paesi del Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), guidati dal Primo Ministro ungherese Viktor Orbán, i cui cavalli di battaglia sono la lotta all’immigrazione, la lotta al multiculturalismo, la sovranità monetaria (solo la Slovacchia ha l’euro) e il rifiuto di sistemi di stampo liberale. Sono note le simpatie di Salvini per Orbán, che infatti non ha aspettato molto per sentirlo telefonicamente e assicurare che «con lui cambieremo le regole di questa Unione Europea». I primi alleati del governo gialloverde a Bruxelles sono inevitabilmente ad est.

Vicini alla linea legastellata in Europa, troviamo anche Stati quali l’Austria di Kurz e dell’FPÖ, il governo attualmente in formazione in Slovenia (dove il primo partito è vicino alla destra sovranista), ma anche in governi con lievi venature euroscettiche o anti-immigrazione: la Grecia, il Portogallo, la Lettonia, la Finlandia. Tutti questi, ai tavoli, possono giocare una loro partita.

I legami tra Austria e Italia, oltre alla natura storica e confinaria, ora rispecchiano anche una forte vicinanza politica: la questione immigrazione, l’apertura alla Russia, i legami tra Lega e il partito di Strache, hanno tutti contribuito a formare una vicinanza che già si è vista nell’intesa sulla riforma del Regolamento di Dublino.

La miglior convergenza con queste forze è avvenuta sulla spinosa questione dell’immigrazione: i tentativi di riforma del Regolamento di Dublino, da parte della Bulgaria e col sostegno della Francia, hanno prodotto un progetto che caricherebbe integralmente i paesi che accolgono i clandestini del peso di questa crisi.

Un sistema iniquo mitigato da promesse ben poco allettanti, che ha visto una bocciatura congiunta da parte dei paesi sopra citati, ma anche del Belgio (che, tramite il Segretario di Stato ha ringraziato Salvini: «Seguo il Ministro Salvini da mesi […] penso sia positivo se l’Italia inizia a rifiutare i migranti sulle proprie coste»), Romania, Spagna, e, con grande sorpresa, Germania. E, in questo “no” comunitario, l’Italia di Conte non ha svolto un ruolo secondario.

Proprio il rapporto con Berlino sarà forse il dossier più delicato per l’alleanza gialloverde, partita con nemmeno troppo velate idee di ribellione ai diktat tedeschi. Viste anche le posizioni pubblicamente assunte da alcuni ministri tedeschi, il rapporto tra Roma e Berlino difficilmente sarà stretto come nel recente passato, anche se la possibilità di parziali intese (come ad esempio sull’immigrazione, dove la Merkel sta facendo lentamente marcia indietro rispetto alle prime posizioni) esistono eccome – e necessariamente, visti i legami economici-commerciali tra i due paesi.

Un altro Stato che potrebbe maggiormente avvicinarsi all’Italia è il Regno Unito in piena Brexit: al di là delle posizioni che i diversi esponenti politici assunsero ai tempi del referendum del 2016, l’insofferenza per certi atteggiamenti bruxellesi e il pieno sostegno leghista all’uscita di Londra, possono sicuramente diventare una sponda per entrambi gli Stati fino a quando Londra rimarrà nelle istituzioni comunitarie.

Infine, all’interno del panorama europeo, è la Francia di Macron ad essere sicuramente il contraltare al governo gialloverde. E non solo per le distantissime posizioni ideologiche, ma anche, per chi non avesse sufficiente memoria, per le azioni francesi negli ultimi mesi: dallo sconfinamento di Bardonecchia, ai complimenti di Macron a Mattarella per aver impedito a Conte di formare un governo. A questo vanno aggiunte l’amicizia di ferro tra Salvini e Marine Le Pen e le diverse posizioni francesi sulla riforma dell’immigrazione. I rapporti con Parigi non possono che partire in salita, almeno nel contesto comunitario.

CHIUSURE A SUD, APERTURE A EST E OVEST

Un altro banco di prova fondamentale del governo gialloverde è il fronte Mediterraneo. La gestione dei rapporti con i paesi del Nord Africa (e del Sahel), partendo dalla questione migratoria, è uno degli obiettivi chiave fin dalla campagna elettorale: e sarà il Ministro degli Interni Matteo Salvini, prima ancora che il Presidente del Consiglio o il Ministro degli Esteri, a guidare l’azione italiana in quelle aree.

Partendo da quanto di buono fatto dal Ministro Minniti, il compito di Salvini è cercare una quadra per sistemare un’area geografica che per ora sembra un rebus. La soluzione libica, mediata dalla Francia, sembra instabile e momentanea, considerando il frazionamento dello Stato libico – e difficilmente si potrà parlare di soluzioni “totali” per la Libia finché non ci sarà un governo unitario.

È attualmente la Tunisia il focus del nuovo governo e di Salvini. Nel contesto di questo relativamente stabile e democratico paese arabo, potrebbe presentarsi il modello di “blocco dei flussi” del nuovo governo. Le modalità ipotizzate sono varie (fondi di investimento, risorse, aiuti militari in cambio del blocco e del rimpatrio), e saranno la cartina tornasole più visibile dell’azione di Salvini, che si è fatto personalmente carico delle soluzioni e degli incontri istituzionali. Non è da escludere anche una mediazione francese, vista la rilevanza di Parigi nei confronti di Tunisi.

Al blocco dei confini verso sud, il governo gialloverde ha già fatto capire l’intenzione di aprire ponti verso est: in particolare il partner a cui si mira è la Russia di Putin. Non certo una novità, visti i solidi legami tra la Lega e Mosca e anche la simpatia grillina, ma bisogna registrare che, anche in un contesto dove la tempesta antirussa non accenna a diminuire, il nostro governo sta mantenendo questa rotta.

Giuseppe Conte ha dichiarato al Senato di voler aprire alla Russia e porre fine alle sanzioni, Di Maio e Salvini lo hanno ribadito in altre sedi, e la linea del governo italiano sembra inequivocabilmente chiara. Un linea ancora minoritaria nel contesto occidentale, ma fondamentale per rompere una politica antirussa che negli ultimi anni non ha prodotto alcun risultato tangibile – se non un incremento dei rischi di guerra. Sono pochi gli alleati sui quali l’Italia può contare per rompere il muro delle sanzioni in Europa: sicuramente l’Austria di Kurz, forse la Grecia, Cipro e l’Ungheria. Molto, dunque, dipenderà dai giochi tra le grandi potenze occidentali.

Anche la politica “verso ovest” del governo legastellato sembra andare in direzione contraria a quella europea: in questo caso, in ballo ci sono i rapporti con gli Stati Uniti di Trump. Con l’inizio della guerra dei dazi (ma in realtà già da dopo la sua elezione) il divario tra Washington e Bruxelles si è ampliato, fino a giungere ad un clima di mal sopportazione e isolamento (apparente) degli USA nel consesso internazionale. Tanti i motivi di divisione, a cominciare da questioni ideologiche, ma che ora stanno trovando concretezza soprattutto nelle azioni protezioniste e anti-immigrazione.

È in questi due campi che proprio il nuovo governo di Roma si sente più in sintonia con l’amministrazione USA di quanto non si senta con Parigi e Berlino. Al G7 in Canada, tra i più infiammati di sempre, Salvini ha rotto il fronte anti-Trump europeo dando un suo apprezzamento ai dazi americani in funzione anti-tedesca: «Le politiche commerciali vanno ristudiate. L’Italia è una potenza che esporta e quindi va protetto il Made in Italy, e credo che le politiche di Trump siano soprattutto per arginare la prepotenza tedesca». E il nostro Primo Ministro è stato il primo ad appoggiare l’idea di Trump di reinserire la Russia nel G8.

Probabilmente Conte manterrà in apparenza una linea pubblica più in sintonia con quella europea (almeno agli inizi), ma è inevitabile che la linea salviniana abbia nei fatti il sopravvento. I rapporti che si creeranno con la Casa Bianca saranno un’altra importante mossa da giocare sia nel tavolo europeo sia – indirettamente – nei confronti della Russia, con un’Italia che potrebbe fungere, come in realtà ha spesso fatto dal dopoguerra, da mediatore.

(di Leonardo Olivetti) – Oltre la Linea

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