DOVE FINIRANNO I VOTI DEL PD. L’ANALISI DI GIUSEPPE PALMA E PAOLO BECCHI

Quando la nave affonda, l’equipaggio è l’ultimo a mettersi in salvo. Così, salvo eccezioni, succede in mare, non però in politica, per quei partiti che vedono evaporare il loro consenso.

È il caso del Pd, che sta quasi per partito defunto: negli ultimi tre anni e mezzo ha visto vaporizzare una consistente parte del suo elettorato. I sondaggisti più compiacenti lo danno tra il 25 e il 28 per cento, mentre ce ne sono altri che più realisticamente fotografano una situazione intorno al 20 per cento.
Sembra ieri quando Renzi & Company prendevano il 40,8 per cento alle elezioni europee del 2014.

I segnali di declino si potevano vedere già l’anno successivo, però nessuno volle leggere i numeri.

Abbiamo studiato i flussi elettorali dal 2014 in avanti ed è venuto fuori che, già alle regionali del 2015 – nonostante l’esultanza dei renziani per il «5 a 2» – le cose stavano già cambiando.

Prendiamo ad esempio il Veneto.

Alle europee del 2014 il Pd ottenne, in alcune zone, addirittura il 44-46 per cento dei voti, mentre un anno più tardi, alle regionali, quel consenso era crollato ben al di sotto del 30 per cento.

Stesso discorso per la Toscana (seppur con numeri e proporzioni diverse), dove nel 2014 il Pd aveva sfiorato in alcune zone addirittura il 60 per cento, ma appena un anno dopo – sempre in occasione delle regionali – Rossi vinceva con appena il 48 per cento, nonostante una coalizione di centrosinistra a suo sostegno e la tradizione tipicamente rossa della regione, esattamente come in Umbria e Marche dove i candidati Pd vincevano con percentuali di poco superiori al 40 per cento (regioni dove la sinistra in passato, quando le andava male, vinceva comunque con oltre il 50 per cento dei voti).

Leggendo i dati su scala nazionale, relativamente agli anni 2014 e 2015, quella fuga di voti dal Pd si è spostata solo in minima parte verso il M5S, il quale alle regionali del 2015 non ottenne un risultato migliore rispetto alle europee se non nel limite di pochi punti percentuali..

E all’epoca non esisteva Liberi e Uguali, la costola scissionista del Pd nata solo da poco e che raccoglie una vasta fetta di elettorato di sinistra garantito dalle figure di D’Alema e Bersani. La verità è dunque da ricercare da un’altra parte.

Nel 2014 il Pd di Renzi ottenne una consistente «apertura di credito» da parte del ceto medio, cioè di quell’elettorato storicamente di centrodestra che in passato era stato fedele a Silvio Berlusconi.

Alle scorse europee gran parte dei voti del ceto medio si spostarono dal centrodestra a Renzi.
Per poi però progressivamente tornare di nuovo al centrodestra, con massima capitalizzazione da parte di Salvini, che negli ultimi quattro anni ha più che triplicato i voti della Lega.

Le amministrative del 2017, dove il centrodestra unito ha vinto quasi dappertutto, sono lo specchio del Paese di oggi.

E il tracollo del Pd continua e si aggrava ogni giorno che passa.

Letti i numeri, possiamo quindi giungere ad una conclusione importante per le prossime elezioni: la consistente fetta di voti che il Pd sta perdendo andrà solo in minima parte verso Liberi e Uguali. Grasso riuscirà ad intercettare lo zoccolo duro di sinistra che non si sente più rappresentato da Renzi, ma si tratta di un bacino elettorale piuttosto limitato.

Di Maio sta facendo di tutto per accaparrarsi gli altri voti piddini in uscita.
Ci riuscirà? Questa è la vera sfida delle prossime elezioni: conquistare i voti in uscita dal Partito democratico.

I flussi elettorali dal 2014 ad oggi dimostrano che il ceto medio si sta di nuovo spostando verso il centrodestra.
Ma è un ceto medio diverso da quello socialmente vincente dei primi anni Novanta.

Oggi è un ceto medio distrutto dalla crisi, che più di tutti ha pagato gli effetti disastrosi delle politiche di austerità degli ultimi sei anni.
Flat tax, aumento della soglia minima di no-tax-area, abolizione delle imposte sulle successioni e sulle donazioni, e sulla prima casa; va benissimo tutto.

Ma non basta.

Il ceto medio non ha dimenticato che per salvare l’euro è stato massacrato da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni.
Resta euroscettico e ora vuole la rivincita con un programma «sovranista» di riscossa nazionale. Il «reddito di cittadinanza» invece meglio lasciarlo ai grillini.

Il ceto medio non vuole vivere di elemosine, ma di un lavoro dignitoso.

Chi saprà convincerlo con un programma adeguato vincerà le elezioni.

Giuseppe Palma Paolo Becchi

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