ECCO COME E PERCHE’ IL TESORO HA SVENDUTO L’ITALIA ALLE BANCHE

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Il debito pubblico italiano tiene ancora banco nelle discussioni europee sul futuro dell’Eurozona, e la bomba derivati ha avuto un ruolo non secondario nella creazione della voragine nei nostri conti pubblici. Le scottanti rivelazioni del settimanale l’Espresso su come le banche abbiano messo definitivamente le mani sull’Italia.

A rivelarlo è il settimanale L’Espresso che, nella sua edizione dell’ultimo numero in edicola dal 12 febbraio del 2017, rivela in via esclusiva “I contratti segreti che hanno svenduto l’Italia alle banche”. Luca Piana svela il mistero con tanto di foto che mostrano le prove dell’esistenza di questi derivati. “Il governo – scrive – li ha sempre nascosti. L’Espresso ora li rivela”.

“Per la prima volta, L’Espresso è in grado di pubblicare i contenuti di un pacchetto di contratti che nei primi giorni del 2012 misero il governo di Mario Monti con le spalle al muro, costringendolo a versare 3,1 miliardi di euro nelle casse della banca americana Morgan Stanley“. Il settimanale ricorda come diversi siano stati i tentativi, gli appelli, le indagini lanciate per tentare di capire la natura di quei contratti derivati. Che sono rimasti, però, sempre TOP SECRET. E che hanno visto come controparti del Tesoro non solo Morgan Stanley, ma diversi colossi dell’alta finanza mondiale. “Soltanto nel quinquennio dal 2011 al 2015, stando agli ultimi dati noti – prosegue l’Espresso – i derivati hanno avuto un impatto negativo sui conti pubblici di 23,5 miliardi di euro, tra interessi netti pagati alle banche e altri oneri connessi. E ancora: gli ultimi conteggi disponibili dicono che gli strumenti tuttora in essere nel portafoglio del Tesoro presentano perdite potenziali per ulteriori 36 miliardi di euro. Fatti due conti – continua Piana – si può dedurre che al governo di Paolo Gentiloni basterebbe non avere questa zavorra per evitare la manovra di aggiustamento da 3,4 miliardi di euro che l’Unione europea ha chiesto all’Italia”.

Dunque il Tesoro italiano ha perso quasi sempre le scommesse lanciate per proteggere l’Italia da un aumento dei tassi. E, perdendo, ha praticamente fatto dell’Italia un paese alla mercé delle banche, che si è trovata con interessi da pagare, sul proprio debito, ancora più elevati.

L’OMBRA DI MORGAN STANLEY – Prosegue l’articolo dell’Espresso: “Quando Morgan Stanley bussò alla porta del neo-premier Mario Monti, nelle ultime settimane del 2011, era un periodo già di per sé difficile: la crisi dello spread stava mettendo a dura prova i conti pubblici e molti paventavano un default dell’Italia. Il maxi esborso da 3,1 miliardi di euro fece sensazione ma, da quel momento, le preoccupazioni non sono diminuite, viste le nuove perdite che sono andate materializzandosi su altri derivati. Le banche coinvolte in questo genere di operazioni sono diciannove, da JP Morgan a UBS, da Deutsche Bank a Goldman Sachs, stando a una lista diffusa qualche tempo fa dal ministero. Ma al di là dei nudi nomi, poco si sa”, anche perchè l’Espresso ricorda come sia stato lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ad affermare in passato che la divulgazione di tali contratti “avrebbe riflessi pregiudizievoli che determinerebbero uno svantaggio competitivo dell’Italia rispetto alle banche e agli “altri Stati che fanno uso di questi strumenti”.

Riguardo alla cifra monstre superiore ai 3 miliardi di euro del conto che Morgan Stanley presentò al governo Monti, il settimanale rivela: “Per inquadrare bene i fatti, bisogna partire dalla fine, e cioè dai drammatici giorni di metà novembre 2011 in cui stava cadendo l’ultimo governo di Silvio Berlusconi. Con i mercati in subbuglio e il fiato dei grandi organismi internazionali sul collo del successore Monti, Morgan Stanley invia al Tesoro una serie di sei memorandum ‘strettamente privati e confidenziali’ nei quali affronta una discussione delicata (…) In quei documenti la banca americana sottopone ai dirigenti del ministero dell’Economia la decisione di esercitare una clausola presente in un vecchio accordo di 18 anni prima, datato 10 gennaio 1994, chiudendo anticipatamente tutti i contratti derivati sottoscritti da allora con il Tesoro e incassando sull’unghia svariati miliardi di dollari. Che cosa diceva quella clausola?”

L’articolo continua: “La risposta si trova nel documento originale del 1994, anzi in un allegato del considetto “Isda master agreement’, una specie di accordo quadro firmato quando il direttore generale del Tesoro era Mario Draghi, oggi presidente della Banca centrale europea. A pagina 7 dell’allegato è esplicitato quello che viene definito “Exposure Limit”. Semplificando al massimo, il senso è questo: se il valore di mercato dei derivati sottoscritti con il Tesoro è favorevole a Morgan Stanley e supera la soglia di 50 milioni di dollari, la banca può decidere di chiudere in anticipo tutti i contratti, esigendo dal governo il pagamento dell’intera cifra”.

Il nodo è proprio lì, nella parola “valore di mercato”. Quando infatti “Morgan Stanley si rivolge al Tesoro, nel novembre 2011, il valore di mercato dei derivati supera già in maniera abnorme la soglia di 50 milioni di dollari definita nel 1994. Il dettaglio viene messo nero su bianco in uno dei rari documenti scritti in italiano nella corrispondenza tra le due parti, un memorandum datato 22 novembre 2011. In questo appunto vengono elencati sei contratti che la banca intende chiudere o trasferire a altre controparti, il cui valore di mercato è negativo per il Tesoro per 3,5 miliardi di dollari, 70 volte il livello d’allarme di 50 milioni indicato nel “master agreement” di 18 anni prima”.

Tra le rinegoziazioni emerge dall’Espresso anche quella relativa a “una swaption venduta a Morgan Stanley nel 1999?. (..) “Una serie di rinegoziazioni caratterizza anche un’altra swaption, venduta dal Tesoro nel 2002, modificata leggermente nel settembre del 2006 e in maniera più radicale appena due anni più tardi, nell’agosto 2008. Anch’essa verrà chiusa, esattamente come la precedente, con l’accordo di fine 2011, con un pesante esborso per il Tesoro. Praticamente nel 2003, nel 2006 e nel 2008, quando quel limite di 50 milioni era stato già sfondato al rialzo “da almeno dieci anni”, il Tesoro continuò a rinegoziare diversi contratti derivati per usufruire di benefici di cassa immediati. “Insomma, in cambio di un beneficio di cassa immediato, il ministero ha accettato di caricarsi di rischi che, al dunque, gli si sono scatenati contro”. Un vero suicidio finanziario.

In sostanza, lungimiranza zero e massima assunzione del rischio. Così il Tesoro ha giocato con i soldi dell’Italia.

via L’Euroscettico

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