Ecco come Trump vuole sfidare la Germania: aumentare i dazi sulle auto tedesche

Secondo indiscrezioni provenienti dai palazzi del potere di Washington, il Segretario al Commercio Wilbur Ross avrebbe predisposto il dossier sull’inasprimento dei dazi sulle auto prodotte nell’Unione Europea importate negli Usa. Il piano che prevedrebbe un rafforzamento degli stessi dal 2,5% al 25% e avrebbe consegnato a Donald Trump la documentazione completa del lavoro del suo staff. All’inquilino della Casa Bianca spetterebbe dunque la scelta definitiva, che il Presidente dovrebbe perfezionare nei prossimi tre mesi. 

Anche se nella giornata del 20 febbraio, ricevendo alla Casa Bianca il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, Trump ha dichiarato che “la decisione di imporre dazi sulle auto europee dipende dal raggiungimento di un accordo commerciale con la Ue”, tutto lascia presupporre che alla fine la scelta del Presidente sul dossier di Ross sarà affermativa. In questo contesto, sottolinea Formiche, “a tremare è in particolare la Germania, che in tempi di protezionismo montante sta scoprendo sulla propria pelle come sia un vulnus economico essere così tanto orientata all’export.

Gruppi come Bmw, Volkswagen e Mercedes vendono negli Usa 470mila auto: dazi alle stelle costerebbero ai produttori tedeschi 5 miliardi, derivanti da un crollo del 50% dei ricavi negli Stati Uniti. Berlino è d’altro canto convinta che la scelta sarebbe un boomerang capace di distruggere 366mila posti di lavoro tra i concessionari americani a causa del rincaro dei prezzi delle auto (mediamente 2.750 dollari in più) che provocherebbe un calo annuo di 1,3 milioni delle immatricolazioni”.

La guerra commerciale dalla Germania alla Cina

I dazi sull’auto europea sarebbero l’opzione nucleare con cui Trump estenderebbe alla Germania, per interposta persona dell’Unione Europea, la guerra commerciale che gli Usa hanno già mosso contro la Cina per frenarne l’ascesa in campo tecnologico. E, secondo i calcoli dell’agenzia Moody’s, i dazi sulle auto europee potrebbero causare un effetto slavina e avere significative ricadute per l’economica globale, causando anche una distorsione del valore di 500 miliardi di dollari. Stime da capogiro da prendere con le pinze, chiaramente.

Tuttavia, ciò che vi è di certo è il fatto che Trump abbia definitivamente sdoganato la sua strategia volta a rafforzare pienamente la produzione nazionale statunitense nei settori tradizionali dell’industria a stelle e strisce, tra cui l’auto ricopre un posto d’onore. Del resto, Trump è stato portato alla Casa Bianca dai voti dei forgotten men degli Stati operai (Ohio, Pennsylvania, Michigan, Winsconsin) colpiti dalla deindustrializzazione e dal tracollo del comparto automobilistico nazionale imperniato su FordGeneral Motors e Chrysler promettendo un ritorno della produzione nelle sue sedi storiche la protezione del mercato interno per mezzo di dazi e barriere all’entrata. La cui elaborazione è stata affidata da Trump ai suoi luogotenenti nello Stato profondo, gli “architetti” delle guerre commerciali dell’amministrazione, Peter Navarro e Bob Lighthizer.

L’economia Usa vola ma l’auto stenta

Nonostante gli elevati tassi di consenso mantenuto nello zoccolo duro delle roccaforti trumpiane, quanto promesso dal Presidente fatica. Anche in un contesto che vede l’economia americana richiedere un numero di lavoratori superiore a quello dei disoccupati, i distretti risultati decisivi per la vittoria di Trump faticano a decollare. Specie per i problemi dei campioni nazionali. La scelta di General Motors di chiudere diversi stabilimenti nel Paese e le difficoltà in cui si dibatte Fiat Chrysler dopo la morte di Sergio Marchionne, che con Trump aveva stabilito una sintonia personale e professionale e aveva portato Fca a fatturare in Nord America il 60% dei suoi ricavi, hanno spinto l’amministrazione Trump a cercare una nuova strategia: attrarre sul territorio statunitense il principale concorrente dei produttori nazionali, l’industria automobilistica tedesca, per separarne sempre più i destini da quelli dei rapporti tra Washington e Berlino.

Trump vuole sottrarre alla Germania i suoi colossi?

Il crescente livello dei dazi alle importazioni potrebbe essere letto come un invito ai colossi tedeschi dell’auto ad investire direttamente sul suolo statunitense e rafforzare uno status quo già consolidato; il più grande impianto della Bmw al mondo si trova, del resto, in South Carolina, e Mercedes possiede centri di produzione all’avanguardia in Alabama. Ross e Lighthizer hanno, a loro volta, mediato l’organizzazione dell’incontro del 4 dicembre scorso tra Trump e il triumvirato dell’automotive tedesco: Herbert Diess (Ceo Volkswagen), Dieter Zetsche (presidente Daimler) e Nicolas Peter (capo finanziario Bmw), ricevuti alla Casa Bianca dopo una trattativa portata avanti in maniera autonoma dalle volontà del governo tedesco, che ha fatto fatica ad ottenere la presenza del suo ambasciatore. Attrarre le elevate competenze e ricchezze tecnologiche insite nel comparto dell’auto tedesca negli Stati Uniti rappresenterebbe per Trump una vittoria strategica.

Oltre l’auto: tutti i fronti tra Usa e Germania

A sua volta, la Casa Bianca non ha fatto mistero di voler impostare una strategia più dura nei confronti di Berlino: Trump e Angela Merkelrappresentano mondi agli antipodi, e Washington intende far valere il suo peso su Berlino nei dossier più strategici che riguardano entrambi i Paesi. Il caso dell’auto è emblematico, ma non isolato: gli Usa sono riusciti a imporre alla Germania il primato strategico del campo occidentale sul caso Huawei e si sono inseriti di traverso nell’alleanza energetica russo-tedesca stringendo accordi con la Polonia. In campo finanziario, la Fed ha lanciato l’offensiva contro Deutsche Bank, bocciandone la filiale americana, avviando poi importanti indagini sul gigantesco caso di riciclaggio Danske Bank.

Berlino ha reagito mettendo i fondi statunitensi al fianco delle imprese cinesi nei potenziali acquirenti ostili da cui il costituendo fondo sovranonazionale mira a proteggere le imprese nazionali, ma attualmente è sulla difensiva. E sull’auto si gioca la battaglia decisiva: Trump alza i toni dello scontro pensando alla sua agenda di politica economica e, soprattutto, al voto nel 2020. Dove vuole riconfermarsi partendo dalle roccaforti decisive nel voto del 2016, che saluterebbero come un suo trionfo il ritorno della manifattura automobilistica. Senza preoccuparsi delle conseguenze per il commercio o per il settore a livello mondiale. Si tratta di un calcolo, sotto certi punti di vista, spericolato, una strategia che potrebbe risultare perfino controproducente. Ma se c’è un uomo che è abituato a stupire con scommesse e azzardi, è proprio Donald J. Trump.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/trump-dazi-auto-sfida-germania/

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