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Ecco la riforma costituzionale che davvero serve al Paese (di P. Becchi e G. Palma su Libero del 13/1/2019)

Articolo di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di ieri, 13 gennaio 2019:

In questi giorni si torna a parlare di riforme costituzionali. Prima con la proposta di ridurre il numero dei parlamentari, poi con quella di introdurre un referendum di tipo propositivo. Il M5S ha  espresso parere favorevole al quorum del 25% degli aventi diritto al voto proposto dal Pd per tale tipologia referendaria. Si stia o meno già sperimentando la nuova possibile alleanza per un Conte bis, si tratta di una proposta condivisibile, mentre la prima lascia perplessi. Ci limitiamo a fare un esempio che riguarda la Camera. Ciascun deputato, quando è eletto direttamente  dal popolo ed ha un legame col territorio, rappresenta oggi in media circa 80 mila elettori, un numero importante ma gestibile. Se un domani il numero dei deputati diminuisse, gioco forza si amplierebbe il bacino dei cittadini da rappresentare, con minori possibilità di intervento del deputato verso la comunità e il territorio rappresentato. In sostanza ne andrebbe di mezzo uno degli aspetti più importanti dell’esercizio della sovranità popolare. In tanti fanno l’esempio degli Stati Uniti d’America che ha una Camera dei rappresentanti e un Senato federale rispettivamente di 435 e 100 membri che rappresentano non meno di 400 milioni di persone. Ma l’esempio non regge. Negli Usa ciascuno Stato federato ha una propria assemblea legislativa composta, talvolta, da più componenti di quelli del Congresso. In Europa c’è invece l’esempio calzante della Gran Bretagna che, con una popolazione numerica pari all’incirca a quella italiana, ha una Camera dei Comuni di ben 650 componenti elettivi, più della nostra Camera dei deputati.

Come che sia: tutto qui? Tanto rumor per nulla. Solo fuffa per distogliere l’attenzione dai problemi reali che pure sono nominati nel “contratto di governo“. Due su tutti: il superamento del vincolo del pareggio di bilancio (che nel contratto è indicato con un generico “adeguamento” dello stesso ai diversi cicli economici) e il recupero della sovranità, espressamente previsto quando si sostiene “il principio della prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, in analogia al modello tedesco“, il che significa che  l’ultima parola deve spettare  sempre al Parlamento nazionale o alla Corte costituzionale.

Entrambe le misure sono state inserite nel capitolo riguardante le riforme istituzionali, quindi la strada da seguire non può che essere quella della procedura di revisione costituzionale. Il primo obiettivo, cioè quello di togliere di mezzo il pareggio di bilancio, lo si raggiunge attraverso una revisione degli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, modificando quindi la Legge costituzionale n. 1/2012 con cui fu introdotto, mentre il secondo mettendo le mani al primo comma dell’art. 117, dal quale è necessario estirpare la subordinazione della potestà legislativa nazionale ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario (occorre dunque in tal senso una revisione della Legge costituzionale n. 3/2001 che introdusse la predetta subordinazione).

La procedura è quella prevista dall’art. 138 della Costituzione, quindi due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo di almeno tre mesi l’una dall’altra. Nella prima votazione è sufficiente la maggioranza relativa (cioè la maggioranza dei presenti), mentre in seconda deliberazione occorre quantomeno la maggioranza assoluta, cioè il 50% più uno dei componenti di entrambe le camere. Seguirà poi il referendum popolare confermativo, dove occorrerà un’ampia divulgazione per far capire ai cittadini cosa si è voluto riformare.  Se invece in seconda votazione si raggiungesse la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti di entrambe le camere, il referendum non ha luogo. Fu così che ci imbrogliarono nel 2012 per introdurre l’obbligo di pareggio di bilancio.

Insomma, la riduzione del numero dei parlamentari e l’introduzione del referendum propositivo sono solo strumenti per rilanciare il M5s in vista delle elezioni europee. Il cavallo di battaglia del Movimento sarà infatti anche in Europa la democrazia diretta. Ma i problemi reali oggi sono altri: in Europa il deficit di democrazia rappresentativa delle istituzioni della UE  e da noi,  primo fra tutti, l’eliminazione  dalla Costituzione del “vincolo esterno”. Toccherebbe alla Lega far valere queste istanze sovraniste, pur presenti nel  contratto di governo.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di ieri, 13 gennaio 2019

via Scenarieconomici

(di P. Becchi e G. Palma, “Dalla Seconda alla Terza Repubblica. Come nasce il governo Lega-M5S“, con prefazione di Matteo Salvini, Paesi edizioni: https://www.amazon.it/Dalla-Seconda-Repubblica-governo-Lega-M5S/dp/8885939074/ref=sr_1_3?s=books&ie=UTF8&qid=1547478795&sr=1-3&keywords=becchi+palma)