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Eurointelligence – Il Piano A dell’estrema destra è fallito, ma il piano B potrebbe far saltare in aria la UE

Nelle recenti elezioni europee, la destra euroscettica è cresciuta ma non è diventata la prima forza all’Europarlamento. D’altronde, se anche fosse riuscita nell’intento, ben difficilmente avrebbe potuto tradurre in realtà le mirabolanti promesse di Salvini, Le Pen e degli altri leader euroscettici di ribaltare le politiche europee, e l’Unione, dall’interno. Tuttavia, lungi dall’essere una buona notizia per gli europeisti incalliti, lo stallo potrebbe portare questi partiti a concentrarsi sulla presa o sul consolidamento del potere in casa propria, a livello nazionale. Inutile dire che la prospettiva di elezioni anticipate in Italia, che i poll danno per stravinte da Salvini, fa accapponare la pelle agli europeisti, poiché in verità nessuno (nemmeno in Italia, ci sentiamo di aggiungere) sa cosa voglia davvero Salvini e quale sia la sua ambizione ultima. Se spingesse fino in fondo il pedale dello scontro con la UE, in una escalation presto fuori controllo, l’Italia potrebbe avviarsi all’Italexit, di sicuro dall’eurozona e forse anche dalla UE. E questa volta, sull’altro lato dell’Atlantico, non ci sarebbe nessun Obama a mettere la tenuta dell’Unione tra le sue priorità.

di Wolfgang Munchau, 6 giugno 2019

In politica come in guerra, ci sono battaglie che possono rendere lo sconfitto ancora più pericoloso per il vincitore. C’è una buona ragione per ritenere che l’apparente intenzione di Viktor Orbàn di non aggregare il suo gruppo parlamentare a quello di Matteo Salvini, il populista di estrema destra più potente nella UE, rientri esattamente in questa categoria.

La scorsa settimana, due annunci a sorpresa a Budapest sono sembrati gli ultimi chiodi sulla bara dell’apparente Piano A di Salvini per proiettarsi alla sommità della politica europea. II capo di gabinetto di Orbàn ha rifiutato disinvoltamente un’alleanza tra Fidesz e la Lega, annunciando anche l’accantonamento di una controversa riforma giudiziaria. La motivazione, secondo commentatori ungheresi indipendenti, è il risultato delle elezioni europee. La grande onda di estrema destra non è riuscita a materializzarsi, principalmente a causa delle scarse prestazioni di altri partiti di estrema destra come AfD in Germania. Nei calcoli post-elettorali di Orbàn, rimanere con gli enfant terrible dell’EPP, o stringere relazioni con il partito ultra-conservatore polacco PiS, batte l’adesione all’Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni guidata da Salvini, imponente nel nome ma mediocre per numero dei propri parlamentari.

Il Piano A di Salvini, appoggiato con entusiasmo dai leader di partito che condividono le stesse idee in tutta Europa, era quello di capitalizzare la creduloneria dell’elettorato di estrema destra in modo da trasformare un miraggio in realtà politica. L’idea era di aumentare il numero dei voti di estrema destra in tutta la UE vendendo la proposta che sarebbe stato possibile creare un gruppo di parlamentari nazionali populisti abbastanza grande da attuare una trasformazione della politica europea e della stessa UE. Capitalizzando il fatto che la gran parte dei giornalisti intervistatori non avrebbe insistito sul punto per ignoranza del funzionamento dell’Europarlamento, l’estrema destra ha spensieratamente affermato che le elezioni del 2019 offrivano ai propri elettori un’opportunità senza precedenti per imporre una restrizione dei poteri della UE e cambiare il corso della politica europea. Il fatto che anche il gruppo più grande dell’Europarlamento non abbia nessuna possibilità di modellare il risultato politico senza costruire una grande coalizione è rimasto taciuto quando Jordan Bardella in Francia, Jorg Meuthen in Germania, o Salvini in Italia hanno promesso agli elettori che era arrivato il loro momento.

Notiamo l’ironia che il promesso sconvolgimento dall’interno dell’Europarlamento, un’istituzione a lungo derisa dalla destra euroscettica come un inutile luogo dove si fanno solo chiacchiere, de facto equivaleva a un’involontaria accettazione del sistema istituzionale della UE. Simpaticamente, ha spinto i candidati di spicco come Gilbert Collard del RN a dire che, ovviamente, deve essere dato maggior potere all’Europarlamento, poiché è espressione del voto del popolo. Dubitiamo che Collard fosse consapevole di mimare la posizione degli entusiasti federalisti europei. L’ironia non finisce qua. Il Piano A di Salvini ha aiutato a invertire una tendenza lunga decenni di disimpegno degli elettori dalle elezioni europee. Anche in questo caso, la Francia offre l’esempio più spettacolare. Anche se il RN ha visto il numero assoluto di voti crescere di ben oltre il mezzo milione, la sua percentuale di voti è scesa più di un punto rispetto a cinque anni fa perché ha fatto emergere anche l’opposizione al RN. Il Piano A dell’estrema destra ha rinvigorito l’importanza delle elezioni europee, aiutando l’Europarlamento ad affermare la propria autorità come l’espressione più diretta della democrazia europea.

Godere dell’ironia di tutto ciò non dovrebbe distrarci dal pericolo di fronte a noi. Il fallimento nel costruire una base di potere effettiva nell’Europarlamento logicamente farà concentrare gli sforzi dell’estrema destra su scenari alternativi. Questi sforzi saranno tutti basati sulla conquista di un maggior potere a livello nazionale, e Salvini è di gran lunga il più pericoloso tra i potenziali disgregatori. L’Italia sembra essere sul percorso che porta ad elezioni nazionali anticipate, e il sistema elettorale del paese darà alla Lega una grande vittoria, nelle attuali dinamiche politiche. Il pane quotidiano della politica di Salvini è la contrapposizione con la UE e le sue due potenze guida. Se Salvini vince le elezioni con un mandato elettorale per combattere la UE sulle politiche economiche, fiscali e sociali, potrebbe verificarsi uno scontro che porterà la UE e l’eurozona in territorio inesplorato.

La UE ha una comprovata esperienza nel far fare retromarcia ai governi, anche al prezzo di costringere un primo ministro alle dimissioni dopo averne distrutto l’autorità politica. George Papandreou ha dovuto fare un passo indietro dopo essere stato costretto ad abbandonare i suoi piani per un referendum. La posizione di Silvio Berlusconi è crollata completamente subito dopo che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno deliberatamente segnalato che non lo vedevano più come un interlocutore da prendere seriamente. Ma Salvini è molto più padrone di sé di quanto lo fosse Berlusconi. La situazione del 2019 è molto differente da quella del 2011. Oggi, Donald Trump potrebbe rallegrarsi dell’indebolimento della UE, mentre Barack Obama fece della sopravvivenza dell’eurozona una priorità fondamentale.

Nessuno che conosciamo ha una vera comprensione delle idee di Salvini e della sua ambizione finale. Vuole raggiungere il potere attraverso lo scontro, ma si tirerà indietro dall’intraprendere gli ultimi passi che farebbero rischiare all’Italia l’uscita dalla zona euro e forse dall’UE? La sua ostilità verso l’integrazione nell’UE è più tattica che ideologica? Cerca di condividere il potere con il mainstream, e se diventerà primo ministro si concederà di essere politicamente addomesticato, come membro del club dei leader? È uno stratega politico, un calcolatore attento, che flirta con la crisi ma che desidera evitarla una volta che la prospettiva diventi troppo reale? E come reagirebbero gli elettori italiani ad uno scontro che finisca fuori controllo?

Nel 2019 si può rispondere a queste stesse domande su altri leader e paesi, come ad esempio Orbàn e l’Ungheria. Ma mentre la perdita dell’Ungheria sarebbe un intoppo, la perdita dell’Italia sarebbe un disastro che potrebbe far saltare in aria la UE.

Fonte: http://vocidallestero.it/2019/06/10/eurointelligence-il-piano-a-dellestrema-destra-e-fallito-ma-il-piano-b-potrebbe-far-saltare-in-aria-la-ue/

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