FT – LA GERMANIA DEVE ABBANDONARE IL SUO SURPLUS DA RECORD E RIPORTARSI IN EQUILIBRIO

H0JXDX Gladbeck, Germany. 20th Sep, 2016. View of the newly designed interior of a Aldi Nord store in Gladbeck, Germany, 20 September 2016. Discount supermarket chain Aldi presented the Aldi Nord (lit. Aldi North) supermarket of the future as a blueprint for future stores. Photo: Rolf Vennenbernd/dpa/Alamy Live News

Sul Financial Times si sottolinea per l’ennesima volta un tema che non giunge mai alla ribalta dei media italiani, eppure rappresenta uno dei più grossi problemi, sia per la Germania stessa, sia per i paesi partner dell’eurozona, sia per il resto del mondo: l’abnorme surplus commerciale del paese, che in silenzio trasgredisce da anni le regole previste dai trattati europei. Qui si individuano le ragioni di questa propensione dei tedeschi per la crescita a spese degli altri, trainata dalle esportazioni, legate alla riunificazione delle due Germanie degli anni ’90, e le modalità seguite per attuarla. Il risultato è che la Germania, economia più potente dell’eurozona, ha il più grande settore a basso salario dell’Europa occidentale.

di Anke Hassel*, 27 agosto 2018

L’economia tedesca ha bisogno di maggiori investimenti interni e di contrastare i salari bassi

Il surplus delle partite correnti della Germania, il saldo commerciale tra esportazioni e importazioni, dovrebbe ormai raggiungere quasi 300 miliardi di dollari, ovvero il 7,8 per cento del prodotto interno lordo: è il più grande del mondo.

Questo ha attirato le critiche dell’amministrazione Trump e di organizzazioni internazionali come l’FMI, che segnalano i crescenti squilibri globali tra paesi in deficit e in surplus e i rischi per la stabilità dei mercati finanziari derivanti dagli alti livelli di attività all’estero.

La risposta della Germania è quella di insistere sui benefici per tutti del libero scambio, sulla domanda di prodotti tedeschi di alta qualità e sulle esigenze di una società che invecchia.

Tuttavia questi argomenti non sono del tutto convincenti, in quanto le esportazioni elevate potrebbero essere parzialmente compensate da una maggiore domanda interna, e salari più alti consentirebbero ai tedeschi di risparmiare per la vecchiaia.

La Germania è un caso estremo di combinazione di alti tassi di esportazione e depressione della domanda interna. Nonostante le sue dimensioni, ha questa peculiarità in comune con il Benelux e con i paesi scandinavi, anch’essi fortemente trainati dalle esportazioni. Parte della spiegazione per le performance delle esportazioni tedesche è la sottovalutazione dell’euro, ma ciò non spiega la crescita dei bassi salari negli ultimi due decenni e la debolezza della domanda interna.

Allora perché la Germania si comporta in questo modo? La chiave per comprendere l’ossessione dei politici e degli imprenditori tedeschi per una crescita trainata dalle esportazioni sta nelle conseguenze della riunificazione nel 1990. L’economia della Germania riunificata all’inizio fu colpita da una grave recessione nel 1992-93, quando 500.000 posti di lavoro manifatturieri andarono persi e il mercato del lavoro dell’ex Germania dell’Est crollò.

Negli anni ’90 la disoccupazione si aggirava intorno al 19%, nonostante i generosi regimi di prepensionamento e riqualificazione. Nel 1999 la Germania era etichettata come “il malato d’Europa”.

Furono due le principali risposte a tutto questo. In primo luogo, le imprese manifatturiere nella Germania occidentale e i loro sindacati hanno avviato importanti sforzi di ristrutturazione per recuperare competitività. Furono negoziati accordi a livello aziendale, basati sulla condizione che l’occupazione del nucleo centrale della forza lavoro di quelle società fosse assicurata e che gli aumenti salariali rimanessero moderati.

La seconda risposta è stata la ristrutturazione del mercato del lavoro della Germania dell’Est. I salari nelle regioni deindustrializzate dell’Est si ridussero a livelli bassi, come riflesso di strutture industriali e produttività deboli.

Negli anni ’90 la disuguaglianza di salari e di reddito aumentò in tutta la Germania. In Germania crebbe anche la dimensione dei settori a basso salario, passando dal 15% nel 1995 al 22,6% nel 2006, approssimativamente lo stesso livello di oggi. Si è dovuti arrivare al 2015 per introdurre un modesto salario minimo. Di conseguenza, la Germania oggi ha il più grande settore a basso salario dell’Europa occidentale, persino maggiore di quello del Regno Unito.

Contrariamente a quanto a volte si sostiene, le riforme del mercato del lavoro dei primi anni 2000, intitolate a Peter Hartz, ex capo delle risorse umane presso la Volkswagen, non possono essere considerate la causa dell’economia a bassi salari della Germania.

Tuttavia hanno rinforzato le tendenze preesistenti, tagliando l’indennità di disoccupazione e portandola a un sussidio correlato al reddito di 12-18 mesi, in confronto piuttosto misero. Ciò ha aumentato le pressioni sulle grandi aziende manifatturiere perché evitassero i licenziamenti e sui sindacati perché accettassero bassi aumenti salariali.

Ad Est, i tagli ai sussidi di disoccupazione e altri aspetti delle riforme Hartz hanno spinto i disoccupati di lunga durata di bassa o media qualificazione verso impieghi nel settore dei servizi a basso reddito. Sono state introdotte anche agevolazioni volte a favorire il lavoro part-time per le persone a bassa o media qualificazione.

Gli aumenti salariali sono stati bloccati da altre politiche. Il sistema del quoziente familiare per le imposte sul reddito delle coppie sposate si traduce in una riduzione dell’orario di lavoro delle donne e nel fatto che le persone a basso reddito da lavoro in Germania sopportano l’aliquota d’imposta effettiva più elevata nel club dei paesi più ricchi dell’OCSE.

Infine, il freno all’indebitamento, entrato in vigore nel 2011, ha messo ulteriormente sotto pressione il governo federale e i governi regionali, perché dessero priorità al risparmio rispetto agli investimenti. Rispetto ad altri paesi europei, la Germania ha un record particolarmente negativo di investimenti pubblici.

Riequilibrare l’economia è necessario e andrebbe a vantaggio della Germania e dei suoi partner commerciali. Il paese ha bisogno di maggiori investimenti interni e di un migliore livello retributivo, soprattutto nel settore dei servizi. Sebbene le tensioni sul mercato del lavoro potrebbero spingere i salari verso l’alto, la strategia tedesca in patria è considerata di successo ed è saldamente sancita da leggi e istituzioni. Ciò significa che un reale cambiamento richiederà una significativa e difficile inversione di tendenza della politica.

*L’Autrice è direttore della ricerca presso l’ Institute of Economic and Social Research (WSI) e professore di politiche pubbliche alla Hertie School of Governance (Berlino)

via Voci dall’Estero

POTREBBERO INTERESSARTI: