GLI STATI SI PREPARANO AL COLLASSO DELL’EURO, TRANNE LA FURBA ITALIA

“L’Euro è irreversibile”. Però gli altri si preparano al suo collasso

  • di Maurizio Blondet

Strana sensazione: sembra che solo noi italiani – governo, opinione pubblica beatamente ignorante, banchieri – continuino a credere ottimisti all’eternità dell’euro.

Gli altri si stanno preparando al suo collasso: precisamente, a come guadagnarci o non perderci.

I tedeschi per primi, ovviamente

Nel marzo scorso un parterre dei migliori e più celebri economisti germanici si sono riuniti a Berlino in conferenza. Titolo della conferenza: “L’euro può veramente sopravvivere, e se no, cosa succede?” .

Il professor Clemens Fuest, numero 1 del prestigioso Institut für Wirtschaftsforschung (IFO), ha auspicato l’introduzione nelle normative europee di una clausola che permetta l’uscita di un paese dell’eurozona dalla moneta comune.

Cioè ha affrontato esplicitamente un argomento che, se un economista italiano vi allude, viene subissato da ululati di sdegno dei politici, dagli strilli degli economisti mainstream, da articolesse di violenta ripulsa dai principali media; bollato come “sovranista, populista”, e di statalista-fascista da Oscar Giannino (il famoso “master of Chicago School”), espulso dal dibattito pubblico e reso una “non persona”. Una tempesta di indignazione del pensiero unico contro chi si macchia del delitto di lesa maestà, avendo Mario Draghi – il venerato maestro – ordinato: L’euro è irreversibile”.

Qualche giornale  italico  ha riportato sì la proposta di Herr Fuest, trattandola  come quella di un originale. Nella stessa conferenza, Hans Werner Sinn, l’ex capo dell’IFO; ha detto: “Non so se l’euro durerà, ma il suo sistema di funzionamento è condannato”.

La finanza USA

Patrick Artus, direttore delle ricerche e studi economici di Natixis (banca d’affari che gestisce 21 miliardi) ha mostrato in un recente studio che in tutte le economie dei paesi sviluppati (OCSE) il capitalismo è entrato nella fase dinamica terminale descritta da Karl Marx: a) cala il rendimento del capitale (gli investimenti rendono sempre meno), b) le imprese rispondono a questa situazione abbassando i salari, distorcendo ancor più la distribuzione del reddito a favore dei profitti; c) quando questa distorsione raggiunge i suoi limiti (che si verificano quando i salari scendono a livello di sussistenza), l’economia reale si sgonfia e dunque i capitalisti cercano altrove il profitto; d) poiché la produttività reale non basta più, i capitalisti si abbandonano a operazioni speculative pure: riacquisto di azioni proprie (per farle salire fittiziamente in Borsa), acquisto di attivi rischiosi, bitcoin, speculazioni immobiliari e finanziarie.

Così previde Marx il collasso del capitalismo per le sue contraddizioni interne. Quando un economista come Artus comincia a dar ragione a Marx, c’è da preoccuparsi davvero.

Il fatto è che è la seconda volta che l’Indice di Schiller (che analizza le probabilità di bolle finanziarie) raggiunge il vertice in cui è oggi: la prima volta in cui l’euforia borsistica è diventata spumeggiante come oggi, è stato poco prima del krack del 1929, la più grande crisi economica del ventesimo secolo.

Né mancano i segnali già visti nel 2008: mercati finanziari surriscaldati, i consumatori super-indebitati (ed anche gli speculatori, ed anche gli Stati…) attivi finanziari sopravvalutati. E concentrazioni dei capitali accresciuta.

Ma ha ragione Bridgewater a puntare contro la zona euro? Giudicate voi. Dal 2011, la Banca centrale europea di Mario Draghi ha iniettato nella zona euro 4 mila miliardi di €, ossia più di un terzo del PIL dell’eurozona. Più precisamente, li ha “iniettati” nelle banche. Dove sono finiti questi miliardi? Per lo più in Germania e in Lussemburgo, che non sembrano essere i paesi più poveri e bisognosi: insomma l’intervento BCE aggrava la distorsione della capitalismo terminale invece di moderarla: segno inequivocabile che essa si basa su un sistema di economia ideologica radicalmente sbagliato. Inoltre, le banche che hanno ricevuto questi miliardi, li hanno “investiti” a deposito – presso la stessa BCE: da 300 miliardi che erano nel 2011, sono 2000 miliardi adesso. Invece che nell’economia produttiva, li hanno messi a cantone per rispettare la proporzione di liquidità (LCR), per avere abbastanza liquidità depositata in caso di crisi. Il che conferma la concezione “radicalmente sbagliata” a cui l’Europa obbedisce. E che continua ad imporre nonostante i risultati.

Ciò che hanno fatto la BCE e la Federal Reserve è stato di ingrassare le banche private acquistando i loro crediti (dubbi). Con ciò, i debiti del settore privato sono pagati essenzialmente dai contribuenti senza alcun ritorno sull’investimento. Manco a dirlo, il capo della banca centrale francese Francois Villeroy de Galhau ha incitato il governo a ridurre le regolamentazioni e auspicato più fusioni-acquisizioni bancarie nella UE, la “cura” che ha visto applicare nel settore bancario USA.

Ovviamente la BCE continua a ordinare che la zona euro sia “rinforzata” (ma perché se è irreversibile?): ossia gli Stati membri devono fare “le riforme” austeritarie, accumulare avanzi primari e integrare i mercati dei servizi nell’intera eurozona per “meglio assorbire le perdite potenziali” in caso di crisi “senza far ricorso ai contribuenti”. Detto altrimenti: per rendere l’euro “irreversibile”, prosciugare la nazioni fino all’osso.

Ovviamente sapendo che tutto ciò è inutile se la zona euro non diventa una zona monetaria reale e completa, il che significa un ministero delle finanze europeo e un bilancio comune dell’eurozona. Ciò che il velleitario Macron sta predicando ad orecchie tedesche, che sono più sorde di prima: perché ciò che vorrebbe Le Petit da Berlino è che trasferisse i suoi enormi surplus agli stati in deficit, in una redistribuzione generale del potere d’acquisto.

Al contrario, le centrali germaniche stanno preparandosi – e preparando la loro opinione pubblica – ad uno smembramento dell’euro: ormai che ci hanno guadagnato tutto quel che ci potevano lucrare e si tratta di pagare in parte il conto, la Bundesbank lamenta: l’economia tedesca è più fragile di quel che sembra. Colpa dei tassi d’interesse troppo bassi (colpa dell’italiota Draghi), le loro banche sono le meno redditizie della zona (con un rapporto costi/benefici del 74,9%), i loro prezzi immobiliari sono sopravvalutati del 15, anzi del 30% – insomma non ha niente da dare ai paesi del Sud Europa. Anzi, comincino a pensare come saldare il Target 2, ossia il debito contabile che i meridios hanno contratto che la Germania, dissanguando la sua povera economia all’orlo della mendicità: ben 900 miliardi di euro, di cui l’Italia secondo loro deve 450 miliardi e la Spagna 400 (la Francia è più o meno in pari). Come hanno già spiegato economisti come Bagnai e Borghi, questa cifra colossale esprime l’enorme surplus dell’export tedesco verso i paesi- servi: un surplus – in pratica ci hanno anticipato i soldi con cui abbiamo comprato le loro BMW – almeno illegale quanto il demoniaco deficit superiore al 3% di cui ci macchiamo qui al Sud. Ma i governi italiani, finora, non hanno mai risposto al piagnucolio tedesco chiedendo a Berlino di ridurre quel surplus contrario alle normative. Adesso che rischiano di apparire governi meno servili, gridano al populismo e cominciano a dire che ci vuole unna clausola che permetta l’uscita dall’euro. Irreversibile, qui da noi. I soliti a reggere il moccolo.

Per rabbonire in parte  il Club Med, la Commissione UE (Berlino)  sta decidendo dietro le quinte di togliere diversi miliardi di euro dall’Europa centrale e orientale e di ridistribuirli nell’Europa meridionale. Questo è riportato dal Financial Times.  Si riuscirà così a “punire”  Polonia, Ungheria e Repubblica ceka perché “Non accolgono gli immigrati”, e a trasferire fra Spagna e Grecia, e alcune regioni  sottosviluppate della Francia  i soldi presi a Visegrad, senza spese per i Deutsch.  Speriamo ci sia qualche briciola per l’Italia, che come la Grecia ha dovuto accettare perdite fino al 30% dei bilancio concordato nel 2013.  L’idea  è una riorganizzazione radicale della “politica di coesione” comunitaria: aiuti non più basati solo sulla base del PIL pro-capite (ovviamente basso all’Est  più che da noi), ma tenendo conto di criteri più ampi, come la disoccupazione giovanile, l’istruzione, l’ambiente e la  “accoglienza ai migranti”.

Fonte: Blondet&Friends Maurizio Blondet

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