GUARDIAN: LE SCELTE ITALIANE HANNO SENSO, LE REGOLE DELL’EUROZONA NO

William Hague, una volta, ha descritto l’Euro come un edificio in fiamme senza vie di uscita, e l’esperienza dell’Italia degli ultimi vent’anni dimostra che l’allora leader del Partito Conservatore aveva assolutamente ragione. Era facile, alla fine degli anni novanta, entrare nella monera unica. In quanto paese tra i primi firmatari del Trattato di Roma, l’Italia voleva disperatamente entrare nell’unione monetaria.

Ma non c’era stata alcuna analisi riguardante il fatto che un paese come l’Italia – con le sue tendenze inflazionistiche- potesse restare entro i rigorosi margini richiesti per godere della moneta unica. Non c’era stato un equivalente dei cinque test che l’allora cancelliere Gordon Brown disse che si sarebbero dovuti superare perché l’Inghilterra entrasse nell’Euro.

Al contrario, quando è diventato chiaro che l’Italia non avrebbe rispettato i criteri, le regole furono modificate affinché il paese le potesse rispettare. Il risultato: due decenni di economia andati perduti, nei quali gli standard di vita hanno stagnato, il che è anche il motivo per cui l’Italia ha voltato le spalle ai politici mainstream. Appare imminente la nascita di una coalizione di governo formata da due partiti populisti ed euroscettici, il M5S e la Lega.

Anche se nessuno dei due partiti nutre amore per l’Euro, hanno già scoperto la verità dietro le parole di Hague. La loro bozza di accordo di governo includeva la proposta che l’UE potesse stabilire delle procedure per lasciare l’Euro laddove ci fosse la “volontà popolare”, ma questa idea per ora è stata scartata. Non è difficile capire perché. Se i mercati finanziari pensassero che il nuovo governo populista volesse lasciare sul serio la moneta unica, i bond italiani diventerebbero molto rischiosi. Gli investitori chiederebbero un ritorno più alto per acquistarli, e ciò alzerebbe i tassi di interesse. La BCE potrebbe aiutare comprando titoli italiani, ma non sarebbe tanto determinata ad aiutare un governo teso a minare -se non distruggere- l’unione monetaria.

Di conseguenza, il nuovo governo verrebbe colpito dalla crisi monetaria. Il sistema bancario italiano crollerebbe e il paese cadrebbe in recessione. La disoccupazione salirebbe, e il M5S e la Lega verrebbero ritenuti responsabili. I populisti diventerebbero immediatamente impopolari. Quindi, il nuovo governo italiano è nella stessa posizione di tutti gli altri governi che lo hanno preceduto negli scorsi vent’anni: la partecipazione nella moneta unica è una maledizione, ma cercare di lasciare l’Euro sarebbe ancora peggio. Come la Grecia, l’Italia sta scoprendo che è troppo tardi per dire che sarebbe stato meglio strutturare l’Euro con alcune uscite di sicurezza. E’ più facile per la Gran Bretagna (con la sua banca centrale e la sua moneta) lasciare l’Europa, che per l’Italia lasciare l’Euro.

Ma anche se l’Italia lasciasse perdere l’indipendenza monetaria, il nuovo governo propone comunque dei piani finanziari e fiscali che sfidano il modo in cui l’Eurozona è andata avanti fino ad oggi: reddito di cittadinanza, pensioni più generose e tasse più basse. Le stime suggeriscono che queste misure abbiano un costo di 60 miliardi di euro l’anno, circa il 3.5% del PIL italiano.

Proposte del genere sono una sfida aperta alle regole fiscali dell’Eurozona, le quali impongono limiti molto stretti sul deficit, e alzerebbero il debito pubblico dell’Italia dal 130% al 150% del PIL.

La prospettiva di un allentamento delle regole europee spaventa i mercati finanziari e avrà ricadute anche su altre capitali europee. Ma, in realtà, le politiche fiscali della coalizione hanno senso. Il problema è tutto nelle regole fiscali assurdamente deflazionistiche dell’Eurozona.

Come ha evidenziato Dhaval Joshi della BCA Research, l’Italia in certi aspetti assomiglia al Giappone. Entrambi i paesi affrontano grosse difficoltà perché le loro banche-zombie non rilasciano crediti al settore privato. Il Giappone ha risolto il problema rilasciando creditiattraverso il settore pubblico, anche se ciò ha significato una enorme crescita del debito pubblico. L’Italia è in una posizione ancora peggiore, perché le regole fiscali dell’Eurozona non consentono di avere un grosso deficit. L’Italia ha un indebitamento totale – pubblico e privato- minore di Gran Bretagna, Francia e Spagna, ma per quanto riguarda le regole europee ci interessa solo il debito pubblico. Joshi scrive: “Al governo italiano è stato impedito di ricapitalizzare il proprio sistema bancario, e dunque l’economia italiana è stagnata per più di un decennio”.

Coloro che gestiscono l’Euro sanno che la moneta unica è un progetto non finito. Potrebbe diventare completo grazie al pacchetto di proposte lanciato da Emmanuel Macron, che include l’unione monetaria con l’unione fiscale, entrambe presidiate da un ministro delle finanze europeo.
Non c’è la minima possibilità che il nuovo governo appoggi il piano di Macron, anche se ottenesse il pieno appoggio della Germania.

Un’alternativa allo schema di Macron è quella di permettere ai membri dell’Eurozona maggiore libertà di portare avanti politiche fiscali che soddisfino i propri bisogni, il che è quanto la coalizione populista italiana chiede. Al momento, le regole permettono che un paese in difficoltà possa rendersi più competitivo attraverso la deflazione interna – taglio dei costi ed austerity. L’altra idea è lasciare tutto com’è e sperare per il meglio. L’Euro ha già affrontato una (sola) crisi, ma non ne supererà un’altra. Il rischio non è che un paese salti fuori dall’edificio in fiamme, ma che l’intero edificio crolli, con tutti quanti dentro.

(The Guardian – Traduzione di Federico Bezzi) – Oltre la Linea

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