Ha due volte il debito italiano Perché il Giappone non rischia nulla?

Nel 2012, in piena tempesta finanziaria dell’Eurozona, tra gli economisti mainstream appariva dominante la tesi che vedeva nell’insostenibile accumulazione di deficit e debiti pubblici da parte dei Paesi una causa potenziale di fallimento. Indipendentemente dalle dinamiche macroeconomiche e monetarie, infatti, era ritenuto insindacabile il fatto che le manovre restrittive di bilancio fossero una necessità ineludibile in caso di elevato rapporto tra debito pubblico e Pil. I problemi legati al debito pubblico di Grecia e Italia, tuttavia, confliggevano con il caso del Giappone, Paese che con un debito pubblico pari a oltre il 200% del Pil non sembrava mostrare, nonostante due decenni di crescita scarsa, le stesse criticità.

Anche un economista mainstream tra i più avveduti, un attento osservatore quale Luigi Zingales finì per convincersi che la famosa battuta sull’imminente crollo giapponese (“Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia? Tre anni”) avesse un fondo di verità. Ad anni di distanza, ci sentiamo in dovere di mistificare prese di posizioni autoreferenziali e palesemente errate, che non tenevano minimamente in considerazione il fatto che ogni debito pubblico è frutto del contesto economicoin cui è maturato. E il contesto economico nipponico rende molto più sostenibile il 240% di rapporto debito/Pil rispetto al 130% italiano.

A rendere possibile questo fatto concorrono diversi fattori di natura strutturale e di politica economico-monetaria. Tra questi due assumono rilevanza determinante: la quasi totalità del debito pubblico è posseduta da investitori interni e la Bank of Japan può stampare moneta per acquistare titoli pubblici.

Sul fronte della banca centrale, come ha scritto Salvatore Sparaco Diglio su Il Sussidiario“la BoJ, a differenza della Bce, svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza, cioè garantisce di fatto il debito pubblico giapponese, essendo pronta ad acquistare i titoli di Stato, stampando moneta, per combattere l’instabilità finanziaria. […] Il principale rischio per un Paese, nel quale la Banca centrale stampi moneta per sostenere la crescita, è quello di stimolare eccessivamente l’inflazione. Tuttavia, questa conseguenza non può essere data per scontata. Infatti, il Giappone negli anni Novanta fu colpito dalla grande deflazione, che portò la BoJ ad avviare nel 2001 il primo quantitative easing”, e nel contesto dell’ambiziosa politica economica del governo di Shinzo Abe l’espansione del bilancio della banca centrale va di pari passo con la politica fiscale espansiva, mirata a stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica, bilanciata dall’aumento della tassa sui consumi – passata dal 5% all’8% nel 2014 – e incentrata su un ambizioso programma di infrastrutture.

La guerra dei dazi e le incertezze sul commercio hanno sino ad ora frenato il pieno dispiegamento della nuova fase dell’Abenomics dopo una crescita del Pil reale nel 2017; tuttavia, essa dimostra di poter convivere senza rischi in un contesto caratterizzato da un debito pubblico da 8.200 miliardi di dollari. E di saper riattivare la fiducia dei cittadini giapponesi nello stato dell’economia, rafforzando una condizione di controllo garantita dal possesso del 95% del debito del Giappone da parte di soggetti (privati o istituzionali) interni. 

In Italia, scrive Risparmiamocelo, “sono gli investitori non-residenti in Italia a possedere la fetta più consistente del nostro debito pubblico. Oggi gli investitori stranieri possiedono il 35% (738 miliardi di euro) del debito italiano. Le banche detengono il 26% del debito pubblico italiano mentre altre istituzioni finanziarie, come assicurazioni e fondi, ne hanno in mano il 18%”. Prima dell’avvio della politica espansiva della Bce (quantitative easing), nel 2015, scrive l’Agi, “la Banca d’Italia deteneva 169,4 miliardi di titoli pubblici del nostro Paese, cifra corrispondente al 7,8% del totale del debito; la fetta di debito sottoscritta dall’istituto di Via Nazionale, nell’ambito del piano di acquisti avviato dalla Banca centrale europea, è salita a 353,7 miliardi a fine 2017 e la fetta raddoppiata al 15,45%; l’incremento è di 184,3 miliardi (+108,81%)”. Un’azione che ha portato a un leggero decremento del controllo straniero, ma senza conseguenze strutturali di lungo periodo.

In questo contesto, la speculazione finanziaria ha gioco facile a scommettere sul nostro Paese, mentre trova meno sbocchi in un contesto come quello giapponese. Il caso dell’azione di rottura del fondo di Alan Howard, che nella crisi di governo di tarda primavera ha attaccato allo scoperto il debito italiano, sarebbe impensabile nel Paese del Sol Levante.

Se a ciò si aggiunge che l’Italia, come gli altri Paesi dell’area euro, è di fatto costretta a gestire un debito di natura estera, non potendo controllare il tasso di interesse, deciso dalle scelte della Banca centrale europea che al tempo stesso non ha i poteri per assicurare i titoli degli Stati dell’Unione, si capisce come tra Roma e Tokyo la differenza sia, fondamentalmente, il cortocircuito finanziario europeo. Cortocircuito sempre più difficile da risolvere mano a mano che le contraddizioni dell’Unione vengono a galla e che, dal punto di vista italiano, il Ministro degli Affari Europei Paolo Savona ha provato a risolverepresentando un coraggioso progetto di riforma dell’architettura comunitariavolto a costruire un’Europa “diversa, più forte, più equa” puntando, in maniera primaria, sul ruolo della Bce come garante del riequilibrio delle rigidità dei trattati, di regole stringenti solo per i Paesi, come l’Italia, dotati di un margine di manovra minore nel contesto comunitario ma assolutamente relative per i soliti sospetti, Francia e Germania.

Bisogna ricordare che, in ogni caso, quello del Giappone non può e non deve rappresentare un modello per una ristrutturazione del debito italiano. Questa, infatti, è da considerarsi un obiettivo, non una premessa, di un piano di rilancio della crescita interna che parta dalla domanda aggregata. Un Paese capace di creare lavoro, gestire opere pubbliche e ridurre le disuguaglianze interne porrà le premesse per migliorare la sua condizione sotto il profilo debitorio, ma, come detto, il debito è figlio del contesto economico, e se il Giappone rappresenta un’importante esemplificazione di come debito elevato e benessere economico possano condividere, le fattispecie che caratterizzano il caso europeo sono molto differente. Anche perché in Italia ogni politica di ristrutturazione del debito dovrebbe tenere presente la sua natura di prodotto “estero” e l’impossibilità per un esecutivo di poter controllare il tasso di interesse attraverso la leva monetaria. Ostacoli che portano a far riflettere sulla sostenibilità dell’architettura dell’Eurozona.

Fonte Gli Occhi della guerra 

L’articolo Ha due volte il debito italiano Perché il Giappone non rischia nulla? proviene da Politicamente Scorretto .

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