IL GOVERNO DEL “CAMBIAMENTO” E I NEMICI DELLA SOCIETÀ APERTA

Gli eventi politici degli ultimi mesi, dal risultato delle elezioni politiche fino alla formazione di un esecutivo secondo un inedito contratto tra due partiti che non si erano presentati congiuntamente alle urne, segnano sicuramente una pagina importante nella storia del nostro Paese. Si è addirittura parlato di Terza Repubblica, impropriamente, perché l’assetto costituzionale è invariato rispetto al 1948, ma non in maniera infondata, visto che la geografia politica è mutata rispetto alle due fasi precedenti, e in maniera non certo scollegata dalla geografia politica internazionale. Così, durante la Guerra Fredda, l’Italia era caratterizzata dall’egemonia di un solo partito, la DC, puntellata da partiti minori, ma sempre in una posizione di governo.

Nell’ultimo quarto di secolo, invece, apogeo dell’unipolarismo a stelle e strisce, si era adattata al modello occidentale dell’alternanza tra centrodestra e centrosinistra, bene o male interni a uno stesso orientamento di fondo, liberal-capitalista e atlantista. Ora che l’egemonia dell’Occidente è in crisi, è proprio in Italia che emerge con forza una nuova contrapposizione, quella tra populisti (Lega e M5S) e centristi (PD e FI), “governo del cambiamento” e “difensori dello status quo”.

Questa contrapposizione, naturalmente, non va però esagerata e strappata dal suo contesto politico. É senz’altro vero che i centristi sono, in politica estera, più strettamente legati ai poteri forti dell’Unione Europea e della NATO, ma gli stessi populisti hanno ribadito di non voler mettere in discussione l’appartenenza italiana a queste strutture, quanto semmai ridiscuterne le condizioni e la posizione, in particolare, attraverso il miglioramento dei rapporti con la Russia e un maggior impegno nel Mediterraneo, cioè ricavare per l’Italia un ruolo più importante all’interno dell’Occidente, e quindi, di fatto, rafforzarlo.

Tuttavia, gli spazi di manovra si aprono, grazie al conflitto attuale tra gli Stati Uniti di Trump e la UE (Germania in primis) – questione che meriterebbe più spazio. Basti accennare che ad est, lo scopo dichiarato è quello di rompere l’alleanza tra Cina e Russia e ricondurre quest’ultima come partner euroamericano, nello spirito di Pratica di Mare. A sud, invece, è quantomeno curiosa l’idea di contrastare immigrazione di massa e terrorismo, con il pieno impegno di chi, intervenendo in Libia e Siria, ha scatenato e fomentato l’uno e l’altro fenomeno.

Così come, d’altra parte, è verissimo che i centristi sono convintamente neoliberisti, sostenitori acritici del libero mercato, della flessibilità salariale, delle misure di austerità imposte dall’esterno. Tuttavia, anche la proposta socioeconomica del governo del cambiamento, ad onta di alcuni economisti di riferimento, non è proprio neo-keynesiana. L’accoppiata tra reddito di cittadinanza e flat tax – entrambe peraltro denominazioni improprie visto che il primo è concepito più come un sussidio di disoccupazione e la seconda avrebbe comunque due aliquote – rimanda piuttosto a un modello neoliberale, dove lo Stato, anziché investire direttamente, lascia più denaro ai cittadini (tra sussidi e sgravi fiscali) dando per scontato che ne facciano automaticamente un uso benefico per l’economia nel suo insieme, nel puro stile di Adam Smith o Mandeville. E non a caso fu Hayek uno dei primi fautori di un basic income, in sostituzione al welfare. Fin qui la pars destruens.

Infatti, su temi come lavoro, immigrazione, sicurezza, famiglia, mi pare evidente una forte discontinuità rispetto ai governi precedenti, almeno nelle dichiarazioni iniziali, in particolare di Conte, Di Maio, Salvini, Fontana. Staremo a vedere con quanto coraggio e coerenza saranno portate avanti. Ad ogni modo, si tende a sottovalutarlo, ma il cambio nelle narrazioni politiche, nel tipo di lessico adoperato, nel framing (costruzione di schemi interpretativi), nelle problematiche sollevate, è già un fattore di cambiamento estremamente importante.

La sinistra liberale questo lo sa e, infatti, ringhia e schiuma, ma sono i rantolii di una bestia ferita, che rischia di perdere ulteriori posizioni a livello politico. Occorre incalzarla senza pietà, bonificare la palude, rompere la egemonia culturale e mediatica del centrosinistra, colonizzando tutte le posizioni pubbliche di rilievo.

Ora, la domanda, sottintesa nel titolo, è come debba porsi chiunque abbia posizioni politiche patriottiche, socialiste, comunitarie, nei confronti dell’attuale governo. Sicuramente non è un governo “nostro”, ma questo non toglie che sia, come minimo, il male minore rispetto a un esecutivo guidato dal PD o da Berlusconi. Certo, anche Trump aveva suscitato molte aspettative che sono state tradite, ma anche in quel caso, a posteriori, è innegabile che abbia finora fatto meno danni di quanti ne avrebbe causati la Clinton. Il “governo del cambiamento” non può spezzare le nostre molteplici catene, però può scalfirle. Queste elezioni amministrative devono costituire un ulteriore passo verso la marginalizzazione politica delle forze centriste, e la riconquista dell’Italia da parte dei populisti.

Da questo punto di vista, né i Cinque Stelle né la Lega sembrano avere le idee molto chiare, mancando sia una solida preparazione ideologica sia (almeno apparentemente) una strategia a lungo termine. Il nostro compito, da sinistra come da destra, è di fare controegemonia culturale: cooperare, collaborare, criticare, pungolare, infiltrare, influenzare la coalizione di governo in senso via via più radicale. Anche la costituzione di soggetti politici anti-liberali sarebbe un passo importante.

Un movimento comunista (a sinistra) e un movimento nazionalista (a destra) potrebbero raccogliere i delusi dei partiti governativi e, al tempo stesso, costringere questi a radicalizzare il proprio discorso (un po’ sulla scia del rapporto tra Jobbik e Fidesz in Ungheria). Non facciamoci illusioni: i populisti sono liberali, ma sta a noi impegnarsi perché non siano degli Tsipras, ma dei Kerenski.

(di Andrea Virga) – Oltre la Linea

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