ITALIA E FRANCIA: TEMPI DURISSIMI. IN ARRIVO TASSE, LACRIME E SANGUE

Commento

Il sottosopra tedesco. Perché per l’Europa (e l’Italia) il voto in Germania cambierà tutto. Merkel vince ma è un’anatra zoppa. Il suo quarto mandato fa scattare la ricerca di un successore

“È inutile che ci giriamo intorno…”. Così Angela Merkel ha cominciato il suo discorso dopo la vittoria. Sì, è inutile che ci giriamo intorno, da oggi c’è ancora Angela Merkel, ma c’è un’altra Germania. O forse c’è sempre stata, ma gran parte del racconto l’ha tenuta in un angolo, misteriosa come un gatto nero, sperando che improvvisamente diventasse bianco. Il gatto nero invece ha graffiato tutti quelli raccolti intorno al camino, ricordato che lui c’è, che in casa ha il suo spazio e quando miagola non si può far finta di niente.

Il gatto nero è la Germania, questo grande paese, croce e delizia dell’Europa. Il risultato del voto è chiaro: Merkel ha vinto perdendo voti, i socialdemocratici raccolgono il peso di un inesorabile declino dei socialisti in Europa, la destra nazionalista di AFD ruggisce, i duri liberali di FDP hanno ripreso vigore, i Verdi hanno una finestra aperta nel Bundestag, la sinistra neo-marxista della Linke tiene viva la sua testimonianza storica. Se guardiamo chi ha perso e guadagnato seggi, sentiamo avanzare il rumore delle lance che battono sugli scudi dei duri e degli estremi: la coalizione centrista della Merkel perde 65 seggi, la Spd ne lascia sul terreno 40, la destra fiammeggiante di AFD ne guadagna in un lampo 94, i liberali al Bundestag saranno a quota 80, la Linke guadagna 4 seggi, come i Verdi. Il centro è accerchiato. E non può limitarsi a difendere le sue posizioni, deve trovare un altro schema di gioco politico.

Angela Merkel conquista uno storico quarto mandato e si ritrova improvvisamente un’altra Germania da guidare. Verso dove? Questo è il grande dilemma della Cancelliera. Merkel è un politico di eccezionale valore, l’unico statista presente in Europa, ha governato con mano ferma e grande maestria la Germania per dodici anni e si appresta a farlo per altri quattro. Ha raggiunto il record di mandati del gigante, Helmut Kohl, sulla cima più alta c’è il titano, Bismarck. Prima del voto si pensava di poter continuare con il tran-tran della Grande Coalizione con i socialdemocratici, ma il crash del signor Schulz ha imposto alla Spd un bagno di realismo: tornare all’opposizione prima di tirare le cuoia. A Merkel resta l’opzione della coalizione Jamaica, non proprio rose e fiori: i liberali di FDP sono falchi conservatori che non vogliono dare aiuti alla Grecia, predicano il rigore, sono contrari a idee come il salario minimo garantito; i  Verdi fanno i verdi, pescano nell’utopia ecologista, ma hanno frecce di pragmatismo nel loro arco e non saranno una presenza facile da addomesticare.

Che Germania è l’altra Germania? Un paese spostato a destra, ma non come lo racconta il mainstream, con le croci uncinate, i caratteri runici e il neonazismo. Quelle sono cose buone per fare titoli per gonzi da ammaestrare al clic compulsivo. Sì, certo, c’è anche quello, c’è gente che ha un linguaggio e idee da anni Trenta, ma il nocciolo incandescente del reattore tedesco è da un’altra parte: la borghesia ha dato una sterzata al volante della sua Volkswagen (l’auto del popolo), ha messo la Golf in mezzo alla corsia con i fari accesi e ha detto che prima c’è la Germania e dopo, molto dopo, c’è il resto d’Europa.

Germany First non è più la retorica dei nemici della Merkel in Europa, non è il “è sempre colpa della Germania”, ma sarà la realtà di un paese che con questo scenario elettorale dovrà per forza fare i conti. Il discorso sullo stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker di qualche giorno fa è già archiviato. I tedeschi non vogliono il Club Med dei paesi con l’allegra contabilità, chiedono da tempo la fine del quantitative easing della Bce di Mario Draghi, non vedono gli aiuti alla Grecia come un’idea così solidale e soprattutto intelligente, l’immigrazione incontrollata è fumo negli occhi, l’unione bancaria, la condivisione del debito degli altri, sono cose lontanissime dall’uomo della Baviera che ha in testa la sua pensione, la casa a prezzi stabili, il risparmio garantito e senza interessi sotto zero, il lavoro per i suoi figli, le partite della Bundesliga, una birra con gli amici mentre là fuori nevica e tanti saluti ai latinos sotto il sole del Mediterraneo e con l’allegra gestione di bilancio.

I segni del crac erano arrivati ben prima del voto nazionale: le elezioni in Meclemburgo-Pomerania nell’autunno del 2016, a casa di Angela Merkel, furono come il bagliore di un bengala nella giungla. I commentatori smart, sempre pronti a rassicurare i benpensanti, si affrettarono a calmare tutti, è una situazione particolare, e vai con l’estintore. Ieri si sono bruciati la penna, era già successo con la Brexit, con Trump, con “Hillary vince, punto”. Certo, e a capo con un altro imbarazzante capitolo della loro hubrys da intellettuali del tracotante e ridicolo giornalismo collettivo. In realtà era solo il preludio di quello che poi abbiamo visto ieri: AFD terzo partito della Germania. La sua ascesa riapre la “questione tedesca”, la presenza di questo gigante economico e politico che nonostante la riunificazione e l’eccezionale opera di Helmut Kohl resta un’incompiuta. Alla Germania manca ancora la visione del “campione del nuovo ordine mondiale” e quest’assenza pesa su tutta la costruzione dell’Europa. Merkelandia è stata finora una virtuosa gestione del problema interno tedesco, con un mandato di titanio per l’industria della Germania nel mondo, ma senza una proiezione politica dell’Unione, in costante assenza di una politica estera e di difesa dell’Europa. La diplomazia della Bmw e della Bayer in un’epoca dominata da figure come Trump, Putin, Erdogan, Xi Jinping, in uno scenario da contatore Geiger con la proliferazione delle armi di distruzione di massa, la Bomba H della Corea del Nord, i missili dell’Iran, la fame, la carestia, le guerre e la sfida demografica dell’Africa, non può avere la Germania sullo sfondo, alla cassa del discount, ma in primo piano. Da ieri l’idea di avere Berlino come frontrunner nella corsa di fuoco e acciaio della storia si è fatta più complicata e contemporaneamente sempre più necessaria. I cavalli della quadriga sulla porta di Brandeburgo sono un memento.

La Germania è un paese alla continua ricerca di spazi, deve correre, l’Europa è a bordo del suo carro, ma i cavalli hanno bisogno di essere guidati verso un punto preciso della storia. Resta la domanda: quale?

Il più interessato spettatore delle elezioni tedesche, Emmanuel Macron, dovrà rivedere i suoi piani. Ridisegnare l’Europa con Berlino per Parigi non sarà un’operazione da uno, due e via. Le pressioni interne sulla cancelliera saranno notevoli, il suo percorso sarà diverso da quello immaginato fino a qualche settimana fa, la direzione politica delle istituzioni dell’Unione e della Banca centrale europea prima di tutto, è tutta da reinterpretare alla luce del risultato delle elezioni.

L’Italia, questo paese che non va mai oltre l’essere una speranza, non immagina quanto il voto di ieri peserà sul suo destino. Matteo Renzi continua a ripetere la favoletta del deficit, del ritorno ai parametri di Maastricht, non si è accorto che il centro del mondo non è a Rignano sull’Arno, prima o poi si sveglierà e scoprirà le meraviglie della calcolatrice. Silvio Berlusconi aveva e ha un patto di collaborazione con Angela Merkel. L’elezione di Antonio Tajani alla presidenza del Parlamento europeo fa parte di questa trama diplomatica, ma anche il Cavaliere da ieri dovrà fare i conti con il risultato delle elezioni tedesche. Angela continuerà a guardare a “Silvio” come al cuscinetto necessario per evitare che l’Italia sprofondi nel grillismo o nel leghismo o, peggio ancora, nel governo Frankestein composto dalla distopica alleanza tra Movimento 5Stelle e Lega, ma nello stesso tempo la posizione della Germania sarà meno flessibile di quanto sia stata fino a ieri sui dossier che contano: la gestione del bilancio, il taglio del debito, l’unione bancaria e soprattutto la nuova governance europea. Siamo tra due fuochi: quello acceso da Macron e quello attizzato dalla destra tedesca. Per non bruciarsi, l’Italia dovrebbe smetterla di raccontarsi favole, auto-consolarsi, drogarsi in un dibattito pubblico dove i media fanno a gara a chi la spara più grossa e soprattutto più bassa. Ieri è tornata la realtà, sul nostro radar c’è Claudio Baglioni che condurrà Sanremo, Fico che sul palco non c’è e stamattina la retata di professori che si spartivano le cattedre universitarie. Achtung e tanti auguri.

Non è la fine dell’Europa, ma della retorica dell’europeismocertamente, è un altro -ismo che viene giustamente archiviato dalla storia, l’ideologia delle élite senza popolo. Siamo alla vigilia di una correzione di rotta di cui ancora non conosciamo il grado e l’ampiezza, la vedremo presto manifestarsi, fuori dalla retorica, nella pratica quotidiana di governo. Non è per forza un male, può essere in realtà il catalizzatore di una salutare reazione chimica. Vedremo. Il dato di realtà è per ora questo: Merkel da ieri è cancelliera per la quarta volta e nello stesso tempo – come scrive il quotidiano economico Handelsblatt – un’anatra zoppa che ha cominciato a camminare con passo incerto verso il suo ultimo mandato. Questo significa che nel suo partito, la CDU, comincerà parallelamente un’altra corsa: quella della successione che comprende l’archiviazione nella teca della storia della sua straordinaria figura. Ci sono sagome politiche che vivono perennemente in uno scenario crepuscolare. Merkel ha fatto tre mandati all’alba, questo sarà al tramonto.

Il tramonto senza un’alba domani sembra essere quello dei partiti socialisti europei. Lo Spiegel parla della loro “lenta morte” che in realtà ha subito un’accelerazione. Il disastroso risultato della Spd guidata alle elezioni da Martin Schulz è il gong finale non solo per il partito tedesco, ma per tutto il club della socialdemocrazia europea. Hanno un serio problema con le lancette dell’orologio, non sono sintonizzati con la storia, la loro agenda non corrisponde a quella del popolo, ne sono talmente lontani da aver trasformato in questi ultimi due anni una parola – populismo – in un dispregiativo da appiccicare a chiunque non la pensasse come loro. Porre un dubbio, avanzare una domanda, provare a vedere la realtà sotto un altro punto di vista, una semplice digressione rispetto al pensiero unico, significava e significa ancora oggi – nonostante il panorama di rovine fumanti davanti alla porta della loro casa – finire nel libro nero delle deviazioni dal politicamente corretto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. È il collasso della Spd prima di tutto ad aver favorito l’ascesa dell’ultra-destra in Germania, è lo stato di confusione mentale del Pd in Italia (Matteo Renzi ha detto ieri che Minniti fa la destra e Delrio fa la sinistra), le sue lotte fratricide, ad aver lasciato il campo libero al Movimento 5Stelle, è la pietosa (s)cena incipriata del socialismo francese ad aver aperto la marcia trionfale di Macron in Francia, è la crisi devastante dei Democratici in America ad aver spalancato la porta della Casa Bianca a Trump. Crisi a sinistra, avanzata a destra e non al centro. Questa famiglia, dalla foto perennemente ingiallita, nel 2000 i partiti socialisti in Europa guidavano 10 paesi su 15 che allora componevano l’Unione. Se andiamo a vedere l’Europa di oggi a 28 Stati, il quadro è semi-desertico. Guardate questa mappa pubblicata da Spiegel. What else?

“Non faremo la grande coalizione” ha detto Martin Schulz subito dopo l’esito del voto tedesco. Le grandi coalizioni annullano le differenze, conducono uno dei due partner nella tomba, confondono gli elettori, lasciano il campo aperto alle formazioni politiche che hanno il megafono sempre in mano. In Italia i geni della lampada politica stanno architettando una legge elettorale che conduce verso una grande coalizione. Forse sarà necessaria, ma riflettiamo un attimo, mettiamo nero su bianco una domanda sul taccuino e proviamo a andare con l’analisi non a domani non a sei mesi, ma tra due, tre anni al massimo: qual è il più grande regalo che si può fare al Movimento 5Stelle? Risposta: una grande coalizione. La politica è qualcosa che prevede l’uso dell’immaginazione, non occorre conoscere la teoria della relatività per capire l’esito finale di questa storia. È il sottosopra della democrazia, la sua versione da social network, il prendi i soldi e scappa del voto online, la fiera dell’incompetenza, l’esito minimo garantito di una corsa tra brocchi. La democrazia è in crisi? Altro che, seguite il titolare di List.

Da: QUI

via ItalianoSveglia

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