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LA DESTALINIZZAZIONE COME RIFERIMENTO ANALOGICO DEL RECUPERO DELLA DEMOCRAZIA IN EUROPA (IL “SIMBOLO” POLONIA)

1. Se, per i suoi presupposti cognitivi e per la sua finalitàessenziale (procedere, in base ad un assunto bio-ideologico, proposto come”scienza naturale”, alla definitivaistituzionalizzazione un normo-tipo di essere umano, “adatto” astabilizzare l’equilibrio “allocativo” di un dominioelitario “malthusiano”il federalismo €uropeo “deimercati” e, nello scenario più globale, il “mondialismo”,non sono assimilabili alla complessiva esperienza dell’URSS, è peròpossibile trovare una parziale analogia fenomenologica con alcuni aspetti ditale esperienza.
Quello che mi pare interessante, come ipotesi operativa, nonè tanto una paradossale e grottesca definizione dell’Ue come processo dicollettivizzazione forzata (dato che essa è semmai consistita inuna imposizione forzata dell’individualismo metodologico, attuata su “basiscientifiche e sistematiche” creative di un meccanismo dicoordinamento  volto in essenza a «spezzare,in tutto il mondo, gli schemi dottrinari di pensiero» che forniscono unabase intellettuale a «dottrine ostili agli *obiettivi americani*»), quantola possibile analogia (come vedremo “previsionale”) con quellafase storica del regime rivoluzionario sovietico denominata destalinizzazione.
D’altra parte, nei termini “selettivi” dell’interpretazione che si tenterà di dare, è la stessa “regia” della strategia di conquista del potere neo-liberale che consente di indagare su questa analogia: infatti, assumendo come adottate, in termini simmetrici e oppositivi, certe metodologie – in particolare, ed espressamente, proprio “leniniste”-, gli effetti poi determinatisi possono ragionevolmente trovare una correzione (eventuale) guardando ad esperienze storiche egualmente connesse alle conseguenze socio-culturali di tali stesse metodologie. Come abbiamo visto, infatti: “la c.d. “Rivoluzione liberale“…più semplicemente, e meno pomposamente, si potrebbe chiamare “antisocialista ispirandosi ai metodi di Lenin”. In tal senso, ricordiamo l’altra fonte indicata nel post (e fornita da Arturo), relativa al “lavoro” svolto da Buchanan, laddove si rammenta che “Murray Rothbard, al Cato Instituto fondato da Koch, aveva esortato il miliardario a studiare le tecniche di Lenin per applicarle alla causa libertaria”.”
2. L’elemento analogico lo si ritrova nelproporre, o intravedere, rispetto alla irriformabilità,e quindi alla crisi per insostenibilità dell’Ue (sempre piùmanifesta e maldestramente celata), la conseguente opzione di un recuperodella democrazia – in luogo del dogma dell’ordine (elitario) del mercato-anticipando che ciò possa eventualmente realizzarsi solo scontando il “fattocompiuto” di generazioni (di subalterni) deresponsabilizzati eincapaci di uscire da un “culto” ideale.
Un culto, in questo caso, non dellapersonalità  (dittatoriale ed estrema di Stalin) ma, si potrebbe dire,della “organizzazioneirenica“,  che con le sue inevitabili scorie e l’inerzia del suopoderoso radicamento “conformista”, ostacolerebbe un rinnovamentodella democrazia.
3. Andiamo con ordine scomponendofenomenologicamente il discorso svolto da Basso su quella che è l’essenza del problemache si pone (costantemente) quando debba essere ripristinata la democrazia(sostanzialee “necessitata”, ovviamente, non quella “liberale”dell’oligarchia mercatista).

Preliminarmente, precisiamo, in modoconcettualmente ordinato, la differenza tra neo-liberismo, inteso, come abbiamovisto, come fenomeno programmaticamente e geneticamente totalitario, e stalinismo,come deviazione dell’esperienza rivoluzionaria marxista che si incardina sull’influenzadi una personalità, qual è stata quella di Stalin, che accelera in sensodegenerativo, alcune caratteristiche “russe” dello stesso processorivoluzionario.

4. Basso su quest’ultimo punto è piuttostochiaro (seleziono dei passaggi, sperando di rendere le parti essenzialidell’articolata analisi):

Vediamo innanzi tutto didistinguere, nel fenomeno che comunemente si chiama “stalinismo”, quello che necostituisce il substrato obiettivo e quelle che ne sono le specificheconnotazioni personali, essendo tuttavia chiaro che i due aspetti non possonoessere interamente separati, perché quei caratteri personali non avrebberoavuto modo di affermarsi senza l’aiuto delle circostanze obiettive e queste,d’altra parte, avrebbero potuto dare luogo ad uno sbocco diverso se alla testadell’URSS non si fosse trovata la forte personalità di STALIN. 

Il substrato obiettivo dello stalinismo èevidentemente il fatto rivoluzionario: una rivoluzione che tende a distruggereun vecchio equilibrio, a spossessare dal potere forze tradizionali, ainfrangere vecchi istituti e a modificare vecchi rapporti, che perciò richiedeuna forte tensione di volontà, una notevole concentrazione di sforzi, unagrande rapidità di decisioni, richiede perciò stesso che il potere sia affidatoad una cerchia ristretta: la diffusione democratica del potere mal si addicead un periodo rivoluzionario

Questo insegna l’esperienza di tutte lerivoluzioni: solo si può aggiungere che…se…la nuova società è giàcontenuta nel grembo della precedente, il passaggio sarà più facile ed esigeràquindi un minore intervento dall’alto, una minore concentrazione di poteri. 

Questo non fu però il caso della rivoluzione russa inquanto rivoluzione socialista: se l’abbattimento dello zarismo e l’appropriazione delleterre da parte dei contadini potevano considerarsi maturi, certo erano benlungi dall’essere mature nella Russia del 1917, le premesse del socialismoche esigono sia già avvenuta la totale distruzione dei rapportipre-capitalistici, una forte concentrazione industriale, un alto sviluppo dellaproduttività, ecc.

Ne consegue che quando LENIN e i bolscevichi s’impadronironodel potere nell’ottobre 1917, e proclamarono la repubblica socialista, essifecero una scelta che traeva le sue origini non dalle condizioni oggettive delloro Paese ma dalla esperienza del movimento operaio occidentale, dove il socialismoera nato come aspirazione politica e dove si era elaborata la dottrina marxistadella rivoluzione.

alla sperata dittatura del proletariato fu necessariosostituire la dittatura del partito bolscevico, il solo che credeva nellarivoluzione socialista e manifestava la decisa volontà di farlatrionfare. 

In pari tempo la gestione del potere si rivelava sempre piùcomplessa e difficile e sempre più richiedeva competenze specializzate: ilpeso dei tecnici e soprattutto della burocrazia doveva necessariamenteaccrescersi e consolidarsi. Tutti questi fenomeni erano in atto giàprima della morte di LENIN e la necessità di difendere una rivoluzione chenon aveva solide basi nella struttura economico-sociale del paese e che perciòera in permanente pericolo, anche indipendentemente dagli attacchi esterni,aveva come necessaria conseguenza di spingere ulteriormente avanti il processodi concentrazione del potere in mani sempre più ristrette e sempre piùfermamente decise a percorrere fino in fondo il difficile cammino dellacostruzione del socialismo in una società ancora prevalentementeprecapitalistica. 

Si suole a questo punto far intervenire, per spiegare ladegenerazione del potere, il carattere di STALIN e si cita a questo riguardo iltestamento di LENIN che metteva in guardia il partito contro la brutalità e laslealtà di STALIN. 

Ma a mio giudizio questo richiamo al carattere di STALIN èanch’esso insufficiente, anche se certamente queste qualità personali deldittatore hanno avuto il loro peso. 

Quel che mi sembra necessario sottolineare è soprattutto laformazione culturale di STALIN e dei suoi collaboratori, così diversa da quelladi LENIN e dei suoi principali collaboratori. Costoro erano dei marxisti,nutriti anche di cultura occidentale e conoscevano la distanza che separava larealtà russa dalla civiltà socialista che vi volevano introdurre; avevanol’esperienza di proletariati più evoluti e di società tecnicamente piùsviluppate e probabilmente avrebbero meglio capito, dall’interno, le difficoltàdella esperienza, unica nella storia, che si preparavano ad affrontare. Maquesto gruppo di dirigenti scomparve presto dalla scena, o per morte naturale operché eliminato dalle lotte interne di partito: STALIN e le nuove levebolsceviche che lo seguirono avevano scarsa esperienza del mondo e dellacultura occidentali, ed erano molto più legati alla cultura tradizionale di unpopolo fondamentalmente contadino. Perciò anche il loro marxismo era rozzo,meccanico, deterministico; i problemi erano visti in termini semplicistici dibene e di male; il dogma sostituiva la ricerca e l’autorità tendeva arivestirsi di forme culturali. 

Come “i contadini – secondo la testimonianzadi EHRENBURG – guardavano le macchine sospettosi e, quando una leva rifiutavadi funzionare, si arrabbiavano come se avessero a che fare con un cavallotestardo e spesso rovinavano quella macchina”, allo stesso modo, con un analogoprocesso mentale, quando le difficoltà obiettive di questo difficile trapassoopponevano resistenza ai piani di STALIN, egli guardava sospettoso quelledifficoltà obiettive e scorgeva ovunque sabotaggio e tradimento. 

E come il contadino si accaniva contro lamacchina, trattandola come tradizionalmente si trattava l’animale da lavoro,così STALIN si accaniva contro le resistenze che la società inevitabilmenteopponeva alle trasformazioni troppo affrettate e si comportava cometradizionalmente si erano comportati i detentori del potere: il regimepoliziesco, le deportazioni, le torture, i processi, le confessioni, la stessasospettosità e capricciosità che lo caratterizzava come il culto di cuivolentieri si circondava, non sono un’invenzione di STALIN ma la reazionetradizionale del potere che non riesce a dominare interamente gli avvenimenti enon riesce neppure a comprenderne interamente le difficoltà, la complessità ele contraddizioni“.

5. Sperando di non eccedere in lunghezza, laconseguenza del “fenomeno stalinista” sulle prospettive che siaprirono dopo la sua scomparsa, vanno assunte, ancora una volta, estraendo,dalla ricostruzione di Basso, un elemento di comparabilità analogica.

L’analogia, dunque, può essere istituita,(ferma l’incomparabilità di due traiettorie che sono disomogenee, per origini efinalità), nel tratto comune di un rigido autoritarismo che risulta, cometale, de-responsabilizzante i vari soggetti coinvolti nella strutturagerarchizzata (multilivello) che concretizza i rispettivi regimi,assorbendo, per sua funzione programmatica, ogni traccia residua di democraziasostanziale (cioè effettivamente partecipata dall’inclusione nei processidecisionali dell’intera base sociale).

5.1. L’altro elemento comune – ed èimportante sottolinearlo- è quello da cui parte l’ipotesi di analogiacircoscritta qui formulata: quello della prospettiva (imminente?), nel casodell’Ue, e della avvenuta registrazione, nel caso della scomparsa fisica diStalin, della fine del dominio di un regime autoritario, (sia essogeneticamente totalitario, o, invece, degenerativamente dittatorialepersonalistico e, perciò, portato al punto da voler forzare la “naturaumana” in un processo di cui si perdono le originarie ed esatte coordinatecognitive e di prassi realizzativa); è  appunto questa “fine”che attualizza la potenzialità di una riespansione della democrazia.

6. Su quest’ultimo punto (riespansionedemocratica), Basso precisa dei pre-requisiti socio-economici chechiariscono l’analogia proposta nei termini che abbiamo tentato diprecisare:

Nessun regime democratico può nascere o vivere senon sussistono due condizioni fondamentali: una società in relativoequilibrio, senza gravi tensioni interne, anzi fondamentalmente unita sugliobiettivi di fondo da perseguire, e un alto grado di maturità democratica neicittadini, che significa innanzi tutto coscienza delle proprieresponsabilità verso la collettività e capacità di assolverle attraverso lapartecipazione e l’iniziativa“.

L’analogia si completa con il già segnalato fenomeno di radicazioneinerziale di una struttura sociale, e ovviamente politico-burocratica, che,durante la vigenza del (rispettivo) “regime”, ha subito il potentee prolungato condizionamento della macchinapropagandistica.

7. Anche su questo punto lo scritto di Basso ci offre deiriferimenti essenziali che evidenzio e che vanno assunti nella loro attitudineanalogica:

I compiti più urgenti della destalinizzazione dovevano quindi essere daun lato quello di ristabilire l’equilibrio interno della società e dall’altroquello di sostituire questa burocrazia dogmatica e caporalesca con quadrinuovi capaci di propria responsabilità e soprattutto con una partecipazione piùattiva delle masse

Compiti tuttavia di enorme difficoltà perché in contrasto contutto il passato, in contrasto con le idee comunemente ricevute, conl’abitudine al dogmatismo, con la mentalità, con le tradizioni, con ilcostume dell’immensa maggioranza del popolo. E sarebbe stato stupefacente cheil processo di destalinizzazione avesse potuto procedere speditamente, senzaincertezze e senza contrasti, senza ripensamenti e senza battute d’arresto.

In primo luogo era certamente necessario abbattere il mitostaliniano che era la base granitica su cui poggiava tutto l’edificio deldogmatismo: solo distruggendo questo mito e il culto da cui era circondato, sipoteva far cadere la leggenda dell’infallibilità, e attaccare uno a unoi dogmi, e insieme i metodi di lavoro. 

Ma far cadere la base dell’autorità senza potervenesostituire prontamente un’altra è sempre pericoloso, sicché, nonostante il lorosforzo di fondare la propria opera di rinnovamento sul culto di LENIN, idirigenti sovietici non poterono impedire che, se non in URSS dove la strutturasociale era ormai sufficientemente consolidata, nelle democrazie popolari, doveperduravano tensioni assai più forti, il crollo del dogmatismo dopo il XXcongresso fosse seguito nel 1956 da gravi sconvolgimenti, suscitando anche inURSS delle ondate di ritorno che si manifestarono nell’offensiva dellamaggioranza del Presidium contro KRUSCIOV nel 1956-57.

Ma la complessità di una società altamente industrializzatacome quella sovietica e l’originalità assoluta dell’esperienza socialista pongonodei problemi sempre più difficili da risolvere, che urtano contro laresistenza passiva offerta dall’incapacità della generazione staliniana,almeno al suo livello medio, di dar loro un’adeguata risposta cherichiede non solo la rottura con i dogmi del passato ma soprattutto unacapacità e un’iniziativa creatrici che non si possono improvvisare né nellamassa contadina né nel quadro medio. D’altra parte crescono nuove generazionipiù libere e più coscienti dell’urgenza dei problemi mentre i più apertiorizzonti verso l’esterno permettono una visione più larga dei problemi. 

…L’arma sottile di questa lotta dei giovani era la denunciadelle complicità con il regime staliniano: chiunque aveva collaborato a queltempo – ed è chiaro che tutti coloro che hanno oggi più di 35-40 anniavevano in qualche modo collaborato – era presunto complice dei delittiperché doveva aver saputo e aveva taciuto. 

Non sono in grado di valutare l’ampiezza di questo fenomeno,che certamente non investiva tutta la gioventù sovietica ma che deve avercomunque assunto proporzioni preoccupanti: pur tenendo conto infatti delleesigenze di rinnovamento non è pensabile che si possa rompere ogni legame dicontinuità con un passato che pur presenta un bilancio molto riccoall’attivo, non è pensabile che si possa di colpo rinnovare tutti i quadridella burocrazia, della tecnica e della politica, che si possa affidare aduna generazione nuova, e mancante di esperienza, tutti i compiti di direzionedel Paese.

8. Astraendo, logicamente, dal filo conduttore “contingente”del discorso di Basso, riguardante la correzione (per così dire,”ideale”, pienamente marxiana) verso un’effettiva realizzazione della”società socialista” (auspicata come finalmentedemocratico-partecipativa e progressivamente liberata dal monopolioistituzionale del partito),  la situazione futura delle democrazieeuropee proiettate oltre l’Ue mercatista e utopico-liberista, preannuncia difar emergere problemi del genere sopra evidenziato (ovviamente mutatismutandisrispetto ai contenuti delle rispettive formepropagandistico-autoritarie e delle loro scorie inerziali):

Il problema principale rimane quello del riequilibramentodi una società che ha subito una serie di spinte forzate e che haconquistato di slancio delle posizioni di primo piano senza aver assicuratotutte le basi necessarie: bisogna perciò colmare i ritardi nell’agricoltura,rivedere completamente i sistemi di pianificazione e di gestione economicadelle imprese, liberare tutta l’economia e tutta la vita sovietica dallepastoie burocratiche, ristabilire uno sviluppo armonico dei vari settori,ridare spazio all’iniziativa e alla responsabilità, assicurare una base dipartecipazione democratica alla vita sovietica. Tutto ciò richiede al tempostesso molto coraggio e molta prudenza e poiché si tratta di un camminoinesplorato richiede altresì una forte dose di empirismo, pur nel rispetto dialcuni principi fondamentali. Soprattutto difficile e necessariamente lenta latrasformazione dell’uomo, della sua coscienza e della sua mentalità, epurtuttavia essa è il fondamento di tutta la costruzione: finche l’uomo nuovonon sarà formato la società socialista non avrà una base sicura”.

9. Dobbiamo tenere presente, in proposito, che alle burocrazie diBruxelles, e alla loro governancelobbistica (privatizzata), corrispondono le “generazioniErasmus che, a loro volta, sono cresciute entro la cornice deigoverni del TINA europeista, orientati a dissolvere gradualmente, primaancora che le sovranità, – e senza che gli Stati-comunità (cioè gli stessipopoli nel loro insieme sociologico), dovessero percepire questo processo-, lastessa memoria storica e culturale della sovranità democratica.

Sarà possibile abbattere del tutto e in modo sufficientementerapido e ordinato, evitando cesure traumatiche, quel “muro dellecoscienze“, in cui eccelle la costruzione €uropea, secondo lateorizzazione durevole e costante dei suoi maggiori fautori?

 

Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodolento ed efficace – che solleva gli Stati nazionali dall’ansia mentre vengonoprivati del potere– con grandi balzi istituzionali…Perciò preferisco andarelentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando bruschetransizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cuiritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...”.

 

E, prima ancora, quella di Monnet (direttamentediscendente dalle esigenze di “programmazione” ordinamentale evidenziatedalle teorizzazioni neo-liberiste di Robbins e del colloquio Lippmann; qui,pp.2-3):
9.2. Così come pare ovvio rammentare il “metodoJuncker” (qui,ex multis, p.11), per la sua vocazione a plasmare classi politichenazionali abituate a “ricevere” dall’alto soluzioni poi offertemediaticamente come incontestabili, dal punto di vista tecnocratico, edunque non classi politiche solo sistematicamente deresponsabilizzate sulleconseguenze delle scelte che dovrebbero assumere nel sempre più astrattointeresse dei rispettivi corpi elettorali (la vicenda dell’Unione bancariae della conseguente crisi sistemica del settore in Italia è l’esempio piùrecente ed eclatante di ciò, ma certamente non il solo e non il primo), maanche costantemente abituate a contare sulla preordinazione ingannevole diogni soluzione, legittimata esclusivamente da un incessante manipolazionemediatica:
LEGGERE QUESTE DICHIARAZIONI DI PRODI, JUNCKER, AMATO, KOHL, PADOA SCHIOPPA, ATTALI,MONTI: LA UE E' UNA DITTATURA.
10. Dunque, i tormentati prossimi anni di irrreversibile crisi”da insostenibilità” della costruzione europea, cioè delliberoscambismo “assoluto” da trattato di diritto internazionale”privatizzato” (qui,p.9), ci pongono il problema se ladesertificazione delle risorse culturali per uscire dalla crisi, indotta daquesto paradigma, sarà un problema insormontabile. Ovvero se, pur con leprevedibili contraddizioni e incertezze, il fatto stesso della inevitabilitàdella crisi produrrà la reazione istintuale di sopravvivenza dei popolieuropei nel recuperare le risorse culturali stesse, in una dialetticaemergenziale imposta dall’aggressività crepuscolare del dominio dei mercatie degli “investitori esteri” che minacciano il benessere deipopoli oltre il livello di tollerabilità di una residua sensibilitàdemocratica.
11.La vicenda polacca, ad esempio, pare preannunziare una reazione che giàassume un valore simbolico, e (sul piano storico) quasi beffardo, circa questaesigenza di ritrovare il linguaggio e la sostanza della sovranità democratica(contrapposta ad un’idea evanescente e strumentale di concetti come “Statodi diritto” e “rispetto dei diritti umani” che puòfacilmente portare all’arbitrio del forte sul debole; v.artt. 2 e 7 del trattato europeo) risvegliando  dal condizionamentoaggressivo del bis-linguaggioorwelliano che aspira sempre più alla sua realizzazione totalitaria.