LA GUERRA AMERICANA IN SIRIA? SARÀ IL DISASTRO DEFINITIVO DELL’OCCIDENTE IN MEDIO ORIENTE

C’è una sorta di “cupio dissolvi” nella guerra siriana.

Gli Stati Uniti minacciano un intervento pochi giorni dopo che lo stesso presidente americano Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato al più presto dalla Siria “lasciando che altri se la sbrigassero”. Non solo. Trump aveva risposto sardonicamente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – il maggiore cliente di armi Usa – che gli aveva chiesto di colpire Assad: «Se i sauditi ci tengono tanto a far cadere il regime che se la paghino loro questa guerra».

Poi, qualche giorno fa, è entrato in campo Israele che ha bombardato una base militare in Siria facendo vittime tra consiglieri militari iraniani. Israele, gratificato dalla dichiarazione Usa di Gerusalemme capitale, per gli Usa di Trump è il vero poliziotto della regione, quello che indica chi e cosa bisogna colpire: il parere dello stato ebraico e quello dei generali del Pentagono, spaventati da un confuso ritiro dalla Siria, ha contato quanto e di più dei morti a Douma, uccisi da presunte armi chimiche sui cui mancano prove concrete e indipendenti.

Trump ha due opzioni se imbocca la strada militare. Una è compiere raid limitati, come già fece un anno fa in un contesto simile lanciando 59 missili su una base siriana. L’altra è quella di colpire le difese siriane a fondo e anche l’aviazione di Assad con un intervento su larga scala che però rischia di incappare in fatali “incidenti” militari o di trasformarsi uno scontro diretto con Mosca, che ha già annunciato di dovere appoggiare il regime di Damasco in base agli accordi militari che hanno concesso ai russi basi aeree e navali per alcuni decenni.

L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi siriani colpiti dall’avanzata della Turchia che li ha cacciati da Afrin facendo 200 morti: eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al Baghadi e dell’Isis. Gli Usa hanno sul campo oltre duemila soldati schierati sulla prima linea curda di Manbij: non solo non hanno mosso un dito ma Trump ha anche congelato 200milioni di dollari di aiuti ai curdi siriani.

Non ci vuole uno stratega per immaginare che i gruppi jihadisti, appoggiati da Riad, stiano tentando in ogni modo di trascinare gli Stati Uniti sul campo di battaglia siriano.

In questo quadro rientra il gioco della geopolitica regionale che ha visto l’Occidente “perdere” la Turchia. Se è vero che adesso Erdogan usa le stesse parole di Trump contro Assad, non si può certo ignorare che la Turchia, membro storico della Nato, è venuto a patti con Mosca e Teheran, cioè i due nemici dell’Alleanza Atlantica. Questo ha sancito il recente vertice di Ankara. In poche parole a Washington e alla Nato sanno che hanno perso, per il momento, la partita siriana: per avere la rivincita forse più che una nuova guerra servirebbe una maggiore intelligenza e comprensione dei problemi del Medio Oriente. Ma non si può pretendere tanto da una superpotenza che già con la guerra in Iraq nel 2003 e poi con quella in Libia del 2011, con la complicità decisiva della Francia, ha gettato il Mediterraneo “allargato” nel caos.

via Linkiesta

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