LA UE “MULTA” L’ITALIA, MANOVRA DA 5 MILIARDI PER UN ERRORUCCIO DI PADOAN…

Il governo dovrà trovare 5 miliardi di euro quest’anno e altri 10 il prossimo. Gli impegni di Roma con l’Unione europea non sono cambiati rispetto ai tempi del governo Gentiloni e il buco lasciato dal precedente esecutivo sui conti del 2018 deve essere coperto.

Nessuna buona notizia dalla riunione dell’Ecofin che si è tenuta ieri a Bruxelles. Rinviati i temi più pesanti, come la riforma della governance di Eurolandia e l’unione bancaria, il vertice dei ministri finanziari dell’area euro si è limitato alla routine. Compreso il recepimento delle indicazioni della Commissione europea. Quindi, per quanto riguarda l’Italia, la richiesta di uno «sforzo strutturale di almeno lo 0,3% del Pil sul 2018 senza alcun margine aggiuntivo di deviazione sull’anno». Altrimenti il rischio è una deviazione significativa sugli obiettivi di medio termine.

Le lancette tornano indietro a prima delle elezioni quando sembrava che l’unione volesse abbonare all’Italia quella correzione che secondo l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan era dovuta a diversi criteri di calcolo tra Roma e Bruxelles.

Il ministro Giovanni Tria è rimasto sulle sue posizioni. «Per quanto riguarda il 2018, noi non cambiamo gli obiettivi. Si vedrà a consuntivo se abbiamo rispettato o no l’impegno preso con la Commissione Europea», ha spiegato ieri a Bruxelles. Quindi «non ci sarà alcun allargamento del bilancio e nessuna restrizione, nel senso di manovra correttiva, lo abbiamo già detto». In realtà nei giorni scorso il ministro aveva legato un’eventuale manovra correttiva autunnale all’aggiornamento del Def. L’idea ora è di rinviare tutto alla legge di Bilancio.

Confermati gli obiettivi di riduzione del debito e del deficit. «Discuteremo sui tempi e sul profilo dell’aggiustamento». La sfida sarà quella di spostare spesa pubblica da quella corrente agli investimenti.

Per ora è solo un’intenzione del governo. I precedenti esecutivi hanno usufruito di tutta la flessibilità possibile. Ora non è scontata nemmeno quella concessa per l’accoglienza dei migranti. «La spesa per il controllo dei confini europei ricade più su alcuni paesi e meno su altri», sottolinea, ricordando che «si parla da tempo di escludere dal calcolo del deficit alcune spese non discrezionali».

Una battuta anche sul cigno nero, quindi sull’eventualità evocata dal ministro Paolo Savona, che un evento esterno ci spinga fuori dall’Europa. «Non considero i cigni neri, altrimenti non dovrei più uscire di casa perché mi potrebbe cadere una tegola in testa».

Per ora la tegola più minacciosa è quella della riforma della governance europea voluta da Francia e Germania, che penalizzerebbe le banche italiane e limiterebbe l’autonomia dei governi sulla politica economica. Il governo l’ha già praticamente evitata, grazie al pressing dello stesso Tria e, sul fronte della Banca centrale europea, del presidente del Parlamento europeo Tajani.

Le altre raccomandazioni dell’Ue (Commissione europea e ora Ecofin) all’Italia sono quelle di rito. Lo spostamento della tassazione dal lavoro, la riduzione di deduzioni e detrazioni fiscali, la riforma del catasto, il rafforzamento dell’uso obbligatorio dei pagamenti elettronici. Poi lo spostamento della spesa per il welfare dalle pensioni alla spesa sociale. Raccomandazione che si adatta bene alla stangata sulle pensioni alte, che il governo si appresta a varare.

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