L’AFFRONTO DI MONTI AGLI ITALIANI: “DOVETE FIDARVI DI BERLINO E DELLE LORO POLITICHE ECONOMICHE”

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Sul fatto che questa Europa – con qualunque paia d’occhiali si inforchi – abbia bisogno di una robusta manutenzione, non ci piove. Anche se in questa Cernobbio quasi novembrina potrebbe sembrare un gioco di parole. Invece non lo è affatto: tutti sono d’accordo che «così non va e bisogna cambiare». Diverse, come spesso succede, le ricette.

«Fino a quando le legittime paure dei nostri cittadini non avranno risposta, ci sarà spazio per la politica della paranoia, dell’intolleranza, della xenofobia, del nazionalismo, dell’esclusione come finta soluzione. Non possiamo né arrenderci né sottovalutare il rischio di questa sfida», ha detto il vice presidente Ue Frans Timmermans. Anche perché, come ha spiegato un esperto del calibro di Niall Ferguson dell’università di Harvard con un coloratissimo grafico che sembra il gioco dell’oca, di Europa non ne esiste solo una, ma almeno una mezza dozzina, tra Schengen, moneta Unica e non, accordi vari, ecc. Sullo sfondo, inoltre, le elezioni tedesche del 24 settembre. Il punto della situazione è stato fatto durante l’incontro della European House Ambrosetti, giunto ormai alla sua 43esima edizione, e superblindato.

L’Europa, quindi, oltre a mandare inviti/minacce a destra e manca sulla necessità di «fare riforme», dovrebbe, in primo luogo essere in grado di riformare se stessa. Per una economia di trasformazione come la nostra, terreno fertile per quell’universo di piccole e medie imprese che sono l’asse portante del nostro sistema produttivo, il dato strutturale più significativo è quello che riguarda l’attività manifatturiera. Ma sono le stesse aziende a non nutrire fiducia per le future prospettive di crescita, un sentiment che i politici ed i banchieri non devono sottovalutare.

È necessario che si varino misure destinate a sostenere ulteriormente il made in Italy, alleggerendo la pressione fiscale sulle imprese, favorendo (e non solo nelle dichiarazioni d’intenti) i processi di innovazione attraverso anche un più facile accesso al credito da parte di quegli imprenditori che – a dispetto di anni di recessione e stagnazione – hanno continuato a crederci, impegnandosi per conquistare spazi di affermazione all’estero necessari per compensare la contrazione dei consumi storditi dalla crisi. Un discorso ancora più valido per quelle aziende e quei distretti che sono la nostra punta di diamante all’estero.

Ebbene che cosa chiedono questi operatori a Bruxelles? Meno vincoli e ingerenze. Non tutti però sono d’accordo. C’è chi ad esempio vede di buon occhio un rinnovato asse franco-tedesco, appunto in seguito all’eventuale riconferma della Merkel. Su questa linea è ad esempio schierato a spada tratta il presidente della Bocconi, Mario Monti che auspica un miglior coordinamento delle politiche economiche dei vari paesi, prima ancora di un eventuale «ministro unico» del bilancio come invece auspicato da altri.

Moltissimi e sfaccettati gli interventi e le prese di posizione. Il Commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, usa i fatidici bastone e carota nel descrivere i rapporti con l’Italia in vista della stesura della prossima legge di Bilancio. Il politico francese ha spiegato che le discussioni tra Bruxelles e Italia sono costruttive, sebbene Roma debba passare per un sentiero stretto: «Roma deve rimanere un paese pro Europa e gli italiani devono sapere che sono supportati dai loro partner e dalla Commissione Ue. Vogliamo incoraggiare un sentimento pro europeo, abbiamo bisogno di un’Italia più forte nel cuore dell’Eurozona». Belle parole.

La Francia si è messa di mezzo sulla conquista da parte di Fincantieri dei cantieri di Saint-Nazaire, con un mezzo incidente diplomatico tra Palazzo Chigi e Macron: «Ci auguriamo che il governo italiano e francese collaborino e trovino una soluzione», si è limitato a dichiarare Moscovici. Dal canto suo il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, dice che la nazionalizzazione dei cantieri Stx: «È stata una decisione temporanea. Italia e Francia possono trovare un nuovo accordo che ci permetta di costruire una grande azienda europea. Gli investimenti italiani sono i benvenuti in Francia». Viva l’ipocrisia diplomatica.

Fonte: qui

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