L’ALIBI DEI POPULISTI AL GOVERNO E’ DIVENTATO L’ALIBI PER UN’EUROZONA ORMAI A PEZZI

(161021) -- BRUSSELS, Oct. 21, 2016 (Xinhua) -- European Commission President Jean-Claude Juncker attends a press conference after the second-day's meeting of EU Summit in Brussels, Belgium, Oct. 21, 2016. (Xinhua/Ye Pingfan) (djj)

Il crescendo di ingerenze al quale ci ha abituati in queste settimane l’establishment europeo, del quale La Verità ha dato conto a più riprese, testimonia quanto sia sgradita ai burocrati di Bruxelles l’eventualità di un governo gialloblù. Negli ultimi giorni è toccato sorbirci i rimbrotti dei due vicepresidenti della Commissione europea, Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen, e dei commissari Dimitris Avramopoulos (Affari interni e migrazioni) e Violeta Bulc (Trasporti). Lunedì lo stesso Dombrovskis è tornato sull’argomento, dichiarando in un’intervista all’importante quotidiano economico tedesco Handelsblatt che l’Europa ritiene importante che «il nuovo governo mantenga la rotta e porti avanti in modo responsabile la politica di bilancio», considerato che «l’Italia ha il secondo debito pubblico più alto dopo la Grecia».

Ieri poi è stata la volta del ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn, che a margine del Consiglio degli affari esteri si è espresso in maniera negativa sull’accordo tra Lega e Cinque stelle. «Abbiamo a che fare con una situazione in Italia che ci può danneggiare, ma che può danneggiare anche gli italiani», così Asselborn. «Spero che il presidente italiano riesca a svolgere un ruolo per prevenire la perdita di tutti i progressi fatti negli ultimi otto anni».

La reazione di Matteo Salvini non si è fatta attendere. «Proseguono le invasioni di campo. Dopo francesi e tedeschi, oggi è il turno del ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn», ha scritto il leader del Carroccio su Facebook. «Confermo: all’estero stiano sereni, agli italiani ci pensiamo noi».

Saranno davvero i «nuovi padroni dell’Italia» a far vacillare l’euro, come ha scritto ieri Martin Wolf sul Financial Times? La riforma della moneta unica in realtà è al palo già da molti mesi e per cause del tutto estranee alle vicende politiche italiane. A gennaio un gruppo di 14 accademici francesi e tedeschi aveva reso pubblica una proposta di modifica delle regole dell’area euro. Un tentativo, a detta degli stessi autori, di conciliare il principio della condivisione dei rischi con la disciplina di bilancio. Tra i punti principali figuravano il completamento dell’unione bancaria, la revisione delle regole di Maastricht, l’introduzione di meccanismi di ristrutturazione del debito e il rafforzamento del Meccanismo di stabilità europeo (Esm). Una soluzione per uscire dallo stallo nel quale si era piombati ormai da tempo.

Nei mesi successivi non si sono visti grandi passi in avanti. Al contrario, i segnali di insofferenza nei confronti della riforma della moneta unica si sono moltiplicati. Lo scorso marzo a Berlino si è tenuto un convegno nel quale si è discussa esplicitamente la possibilità di introdurre una clausola per l’uscita dall’euro. Presenti, tra gli altri, Jeromin Zettelmeyer, uno degli autori del paper franco-tedesco e Clemens Fuest, presidente dell’Ifo. Pochi giorni prima, un gruppo di sette paesi (Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Svezia) aveva lanciato un altolà a Parigi e Berlino, invitando a una «discussione inclusiva sul futuro dell’euro».

Adesso arriva una lettera firmata da 154 economisti tedeschi, pubblicata lunedì dalla Frankfurter Allgemeine che suona come un’aspra critica alle velleità di riforma della moneta unica. Uno dei primi firmatari del testo è il professor Dirk Meyer, docente all’Università di Amburgo. Meyer è autore di un paper datato 2015 nel quale ipotizza per l’eurozona un sistema a doppia valuta con l’euro che convive con le singole valute nazionali. Secondo l’economista ciò consentirebbe ai singoli Paesi di operare i necessari ma oggi impossibili aggiustamenti sul cambio, ripristinando un’adeguata indipendenza in materia di politica monetaria. Una situazione nella quale, riferisce Meyer alla Verità, «ogni membro dell’unione monetaria potrebbe vivere accanto agli altri senza particolari problemi».

«Le proposte del presidente francese Emmanuel Macron e del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker comportano grandi rischi per i cittadini europei», mettono in guardia gli autori della lettera. Bocciati senza appello la trasformazione dell’Esm nel «fondo monetario europeo», l’introduzione di un ministro europeo delle Finanze e l’istituzione del sistema europeo di assicurazione dei depositi (Edis). Il richiamo, piuttosto, a promuovere riforme strutturali come l’introduzione di un tetto alla dotazione dei titoli di Stato per le banche e una procedura di insolvenza ordinata per i Paesi in crisi.

La Germania non intende cedere di un millimetro sulla condivisione del rischio. Uno dei punti critici è rappresentato per l’appunto dall’Edis, l’equivalente del Fondo interbarcario di tutela dei depositi, pensato per garantire i correntisti fino a 100.000 euro in caso di fallimento di una banca. «Qualunque cosa accada, l’Edis è morto, almeno per il momento. Non è un progetto spendibile nei confronti dell’elettorato tedesco», ha dichiarato un portavoce della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel. Parole che dimostrano come a Bruxelles, piuttosto che del nostro Paese, dovrebbero preoccuparsi di quanto accade in Germania. Quella del governo «populista», infatti, è una scusa troppo ghiotta per non approfittarne. E se invece servisse semplicemente a nascondere la volontà di Berlino di mandare all’aria l’eurozona?

Antonio Grizzuti – La Verità

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