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Le banche centrali contro i mercati: e adesso cosa può succedere?

Dopo l’inizio della Grande Recessione, tra il 2007 e il 2008, e la crisi debitoria dell’Eurozona, nel 2011, con tempistiche diverse governi e banche centrali hanno reagito iniettando nel sistema economico e finanziario un valanga di denaro che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto stabilizzare i mercati e trasmettere uno stimolo concreto all’economia reale.

Per dieci anni, dunque, una politica di bassi tassi, costante espansione dei bilanci delle banche centrali e liquidità facile ha portato a un’espansione pressoché generalizzata degli indici borsistici e a guadagni notevoli in termini assoluti sui vari listini. Dal Troubled Assets Relief Programm (Tarp) statunitense del 2008 al quantitative easing di Mario Draghi, passando per la Abenomics del governo giapponese, tutto ha concorso affinché gli asset detenuti da Bce, Federal Reserve e Bank of Japan arrivassero a superare i 15 trilioni di dollari, 3,5 volte la somma registrata nel 2008, come fa notareun rapporto della società di consulenza Yardeni Research.

Molto di questo denaro è stato drenato dalla corsa al rialzo dei titoli. “Negli ultimi dieci anni”, sottolinea Valori, “lo S&P 500 è cresciuto del 167% mentre il Nasdaq ha fatto segnare uno spaventoso +464%. Ora però la festa sembra davvero finita”. La Federal Reserve di Jerome Powell ha iniziato da tempo un graduale incremento dei tassi di sconto, la Bce vive le incertezze della transizione negli ultimi mesi dell’era Draghi ed è significativa anche la frenata del Giappone: “A novembre il valore degli asset in mano alla Bank of Japan ha raggiunto quota 553.600 miliardi di yen, circa 4,9 trilioni di dollari. La BoJ è diventata così la prima banca centrale del G7 con un bilancio superiore al valore del Pil nazionale. Il dato è impressionante soprattutto nel confronto con quello di dieci anni prima: appena 100mila miliardi di yen. Ma la notizia è che anche Tokyo ha deciso di porre un freno alla festa. Alla fine di ottobre, l’istituto centrale ha annunciato un rallentamento degli acquisti, prima vera operazione “restrittiva” da diversi anni”.

Si percepisce il rallentamento della crescita mondiale e si avvia lo scollamento tra banche centrali e mercati. Le politiche economiche e monetarie degli Stati Uniti, personificate dalla litigiosa relazione tra Trump e Jerome Powell, in sostanza puntano a un obiettivo comune: drenare la maggiore quantità di denaro possibile dai mercati emergenti per riportarlo a creare valore sul suolo statunitense. Non a caso l’avvio di una fase di grande volatilità nelle borse ha colpito per primi quei Paesi di seconda fascia come rilevanza economica (Turchia, Argentina, Iran), interessati dalla flight to quality dei capitali che riempivano i loro mercati.

Tuttavia, a ciò si è aggiunta una situazione che per numerose questioni legate al gigantismo raggiunto dalle borse globali rischia di divenire insostenibile. Si potrebbe pensare allo sgonfiamento borsistico della seconda metà del 2018 come a un segnale della “febbre” dei mercati e dei timori per una fase di instabilità diffusa. Oppure come ai prodomi di una nuova, voluminosa recessione. I segnali, in questo contesto, ci sono tutti: non da ultimo un apprezzamento notevole del bene rifugio per eccellenza, l’oro

Le banche centrali, in definitiva, non intendo più continuare a foraggiare i mercati e intendono favorire un loro riassestamento su posizioni e quotazioni più realistiche. La loro “dichiarazione di guerra” ai mercati è in primo luogo il segno di un’incertezza che pesa notevolmente, vista col senno di poi, sugli interventi compiuti nell’ultimo decennio. Interventi che hanno causato una crescita reale decisamente contenuta, ma al contempo hanno distorto gli equilibri tra finanza ed economia reale. Se ne è accorta anche la Bank for International Settlements  (BIS) che, in un rapporto diffuso a settembre, ha segnalato come nell’economia internazionale i walking deads, ovverosia le imprese estremamente indebitate che restano operative solo grazie alle contingenze debitorie favorevoli, siano passati dal 2% del totale al 12%. Il debito privato resta, come nel 2007-2008, il principale rischio per l’economia. Imprese quali General Electrics ne sono emblematica testimonianza: se le banche centrali aumentassero ulteriormente i tassi di sconto, queste imprese potrebbero essere le prime a soccombere.

Il grande economista statunitense Charles Kindleberger intitolò un suo celebre saggio sulla storia della finanza e delle crisi Manias, Panic and Crashes. Sua tesi fondamentale era che ogni bolla, nelle sue dinamiche strutturali, somigliasse a tutte le altre e che la finanza seguisse comportamenti ciclici. Nella seconda metà del 2018 siamo passati dalla “mania” per il rally borsistico globale ai primi avvisi di un’incertezza diffusa. Il panico può essere conseguenza di un singolo evento, e il crinale su cui camminano i mercati è sottile. Il fatto più interessante da notare è che a causare entrambi gli stati d’animo potrebbero essere, fondamentalmente, le stesse istituzioni: quelle banche centrali ora più che mai incerte su come combinare i necessari stimoli economici per evitare una recessione e gli altrettanto importanti interventi volti a regolare mercati eccessivamente inflazionati.

L’articolo Le banche centrali contro i mercati: 
e adesso cosa può succedere?
 proviene da Gli occhi della guerra.

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