L’EURO È UN FALLIMENTO. COSTRINGERÀ L’ITALIA AD ABBASSARE I SALARI

Oltre alla debole crescita della produttività, l’Italia ha un grande handicap di competitività.

Articolo di Martin Wolf pubblicato sul Financial Times il 19 giugno 2018. L’autore è uno dei più prestigiosi editorialisti del quotidiano economico britannico. Traduzione di Donato Mancuso pubblicata in forma ridotta sul quotidiano Libero il 22 giugno 2018.

L’euro è stato un fallimento. Questo non significa che non durerà o che sarebbe meglio se scomparisse. I costi di una rottura parziale o completa sono eccessivamente grandi. Significa piuttosto che la moneta unica non è riuscita a garantire stabilità economica o un maggior senso di identità europea. È diventata una fonte di conflitti.

La storia dell’Italia è significativa e, date le sue dimensioni, di importanza cruciale. Non si tratta di incolpare l’euro per la stagnazione della produttività e della produzione italiana da quando è entrata nella zona euro. Queste riflettono carenze interne. Tuttavia, il fatto che l’Italia sia all’interno dell’eurozona rende le sue carenze una questione di interesse comune. Distrugge anche il legame tra politica e potere. Non da ultimo, trasforma quelle che altrimenti sarebbero state brevi crisi valutarie in disastri macroeconomici di lunga durata.

Tutto ciò era previsto. Nel suo eccellente EuroTragedyAshoka Mody dell’Università di Princeton cita una critica del rapporto del Comitato Werner del 1970, il primo progetto per un’unione monetaria, di Nicholas Kaldor, un economista britannico di origine ungherese. Kaldor sosteneva che sarebbero necessari trasferimenti fiscali. Ciò richiederebbe un’unione politica. Ma i conflitti creati dall’unione monetaria si inasprirebbero, rendendo più difficili i passi verso tale unione. Così è stato: Andreas Kluth ha scritto su Handelsblatt Global questo mese: “Una moneta comune avrebbe dovuto unire gli europei. Invece, li divide sempre di più.” Ha ragione.

La decisione di accettare l’Italia come membro fondatore della zona euro fu presa dall’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, nonostante le obiezioni dei suoi stessi funzionari e di altri governi. Il prof. Mody osserva che l’Italia promise di ridurre il suo debito pubblico dal 120% al 60% del Pil entro il 2009. Questo invece si è stabilizzato, prima di salire al 130% dopo la crisi della zona euro.

Non sorprende che, con la stima del Pil reale pro capite di quest’anno da parte del FMI inferiore dell’8% rispetto al livello del 2007 e solo del 4% in più rispetto al 1997, l’Italia abbia mandato al potere i partiti populisti. Una combinazione di establishment e mercati ha prontamente neutralizzato il loro programma. Lo spread nei confronti dei Bund tedeschi si è quindi stabilizzato. (Vedi grafici.)

Questa potrebbe essere una soluzione praticabile se fosse probabile un ritorno sostenuto alla prosperità. Sfortunatamente, oltre alla debole crescita della produttività, l’Italia soffre di un notevole handicap di competitività, come dimostrato da un recente studio del FMI. Quest’ultimo sostiene che l’Italia abbia subito una perdita di competitività rispetto alla Germania di oltre il 40% tra il 1995 e il 2010.

I due problemi iniziali per l’Italia, quindi, sono stati l’alto livello del debito pubblico, che l’ha esposta al panico dei mercati finanziari, e un’enorme perdita preliminare di competitività esterna. I saldi con l’estero dell’Italia sono attualmente in attivo, in gran parte perché la disoccupazione è così alta. È probabile che una forte espansione della domanda interna generi disavanzi esteri non finanziabili. I contribuenti del Nord Europa temono che potrebbero doverli finanziare loro. E sicuramente non lo faranno.

Secondo il FMI, “si stima che sia necessario un deprezzamento reale dell’ordine del 10% per riallineare il conto delle partite correnti dell’Italia con i fondamentali”. La soluzione raccomandata è una “svalutazione interna”, attraverso la riduzione delle retribuzioni nominali e una maggiore produttività. Ma l’Italia le ha entrambe sperimentate poco. Occupazione e investimenti sono stati invece tagliati, con conseguenze disastrose. Il fatto che l’inflazione sia stata così bassa nella zona euro nel suo insieme ha reso gli aggiustamenti più difficili. L’aggiustamento asimmetrico è duro.

Fuori dalla zona euro, i relativi aggiustamenti si sarebbero verificati, come spesso accadeva prima, attraverso una svalutazione monetaria. Sì, quella non sarebbe stata una soluzione a lungo termine. Ma sarebbe stata sicuramente meglio del danno sociale e politico che ha trasformato uno dei paesi più europeisti in quello che è oggi uno dei più euroscettici. Né questo è finito. La politica italiana potrebbe non guarire presto, o non farlo affatto.

Parte del meccanismo di aggiustamento incorporato nell’unione monetaria è l’impatto prociclico della politica monetaria: i tassi di interesse reali sono più alti nei paesi costretti a passare attraverso svalutazioni interne. Il meccanismo di aggiustamento nella zona euro è quindi essenzialmente quello del gold standard del XIX secolo. Le recessioni prolungate sono una caratteristica, non un errore. Sono il modo in cui la competitività si adatta al mutamento delle circostanze.

Né un’unione bancaria, né un’unione dei mercati dei capitali, né una flessibilità fiscale nazionale possono ovviare a queste recessioni, senza un persistente sostegno esterno. Questi meccanismi possono solo proteggere le economie da cambiamenti relativamente transitori, o spostare le perdite all’estero. Cambiamenti nella competitività richiedono cambiamenti permanenti nei prezzi. Questi, a loro volta, seguono le recessioni. Più rigide sono le economie e maggiori sono gli aggiustamenti, e più prolungate o profonde sono le recessioni. Niente di tutto ciò è una novità. Era noto ai critici del progetto prima che iniziasse.

Cosa fare, allora? Un euro debole è una parte della risposta. Così come un’inflazione significativamente maggiore nei paesi in surplus. Ma la Banca Centrale Europea è, per ragioni comprensibili, incapace, anche sotto Mario Draghi, di perseguire le politiche monetarie iper-aggressive necessarie a generare un reale surriscaldamento in Germania o nei Paesi Bassi. Nel frattempo, questi ultimi non vedono particolari motivi per aiutare.

L’aggiustamento cadrà sempre principalmente sui paesi in deficit. In assenza di sostanziali trasferimenti fiscali, essi non hanno alternative alle riforme volte ad accelerare la crescita della produttività e la flessibilità del mercato del lavoro. La Spagna lo ha fatto. In Italia è possibile? In caso contrario, la scommessa sulla sua adesione alla zona euro potrebbe peggiorare.

Buone recinzioni fanno buoni vicini. Una moneta propria è una buona recinzione. È un peccato che questo sia stato dimenticato.

Dal Blog di Paolo Becchi

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