MARCO MORI: “VI SPIEGO COME USCIRE DALL’EURO E RECUPERARE LA NOSTRA SOVRANITÀ”

La storia recente ci insegna che tutte le forze politiche fortemente euroscettiche, prima o dopo, finiscono per ammorbidire inevitabilmente le proprie posizioni, in particolare sul tema della permanenza nella moneta unica. Lo abbiamo visto accadere in Grecia, in Francia e di recente anche in Italia. Ricordiamo tutti le feroci invettive di Tsipras contro Bruxelles e i suoi discorsi, perfettamente condivisibili, sulla necessità di riscattare la sovranità nazionale perduta in favore del potere economico. Tuttavia, una volta al timone del Paese, nonostante un referendum con cui il popolo greco aveva detto no alla prosecuzione delle politiche di austerità, l’ipotesi di lasciare l’euro, che pur fu ventilata in quei giorni convulsi, venne inesorabilmente accantonata. La Grecia di oggi, come se il governo del Paese non fosse mai cambiato, continua ad obbedire puntualmente ad ogni richiesta dell’Unione europea, svendendo il suo patrimonio ed il suo popolo al capitale straniero.

Meno nota al grande pubblico è stata invece la frenata di Marine Le Pen. In Italia è arrivato il messaggio che la sua volontà fosse quella di lasciare l’euro, ma in realtà tale posizione era stata abbandonata già durante la campagna per le presidenziali 2017. Non si può nemmeno escludere che la sconfitta elettorale sia arrivata anche per questo. La Le Pen è passata dall’idea di uscire unilateralmente dall’euro, sfidando addirittura Bruxelles pubblicamente ad inviare l’esercito per fermarla, a raccontare che occorreva semplicemente rivedere i trattati e con essi le regole dell’euro.

In Italia abbiamo vissuto la marcia indietro del Movimento Cinque Stelle, che nel tempo ha finito per sposare una posizione di mera revisione dei trattati, affermando testualmente per parola del suo capo politico, Luigi Di Maio, che non è più tempo per l’Italia di pensare a lasciare la moneta unica. In passato il Movimento era stato invece fortemente euroscettico e questo almeno fino alle ultime elezioni europee (benché l’exit fosse subordinato all’impraticabile idea di referendum). Erano i tempi in cui arrivavano a chiamare anche il sottoscritto in conferenze tecniche sul tema, una delle quali svoltasi al Parlamento europeo. In quel periodo arrivarono a pubblicizzare il mio libro, certamente un testo ben più che semplicemente euroscettico, addirittura sul “sacro” blog di Beppe Grillo. Il dietro front più recente è stato infine quello della Lega Nord, che è passata dal “Basta Euro” scritto dal prof. Claudio Borghi a sposare appieno una linea speculare a quella del Movimento Cinque Stelle, ovvero la linea della impraticabile revisione dei trattati. La Lega ha addirittura escluso espressamente che l’Italia possa lasciare la zona euro da sola e Matteo Salvini ha anche cominciato a chiedersi pubblicamente se uscire oggi possa rappresentare un errore più grave di quanto fu quello di entrare nell’euro.

Dunque a questo punto mi chiedo, quattro indizi fanno o non fanno una prova? Qual è la vera ragione per la quale quattro forze verbalmente fortemente euroscettiche si sono successivamente appiattite su posizioni ben più accomodanti verso Bruxelles? Le ipotesi possono essere solo due. La prima, spiccatamente complottista, è quella che i partiti in esame si siano in realtà “venduti” nel tempo o addirittura ab origine a quei poteri economici che dicevano di voler combattere. Poi c’è una seconda tesi, forse più realistica, che ogni giorno che passa mi persuade sempre di più. Ovvero l’idea che questi partiti abbiano iniziato a ragionare seriamente sugli aspetti pratici dell’euroexit e questo li abbia spaventati al punto da accantonare completamente l’idea.

Ed è proprio questo il tema che voglio trattare in questo articolo: come si esce concretamente dall’euro e perché il tema potrebbe fare così paura. C’è un motto che dovrà diventare, nei prossimi anni, la stella polare di una classe politica sufficientemente audace da andare oltre i meri proclami e pensare davvero di attuare l’euroexit, che resta, ribadiamolo ancora una volta con chiarezza, l’unico modo per tornare padroni delle nostre esistenze e salvarci da quello che altrimenti sarà solo un disastro epocale. L’ideologia liberista e la logica “turbo”-capitalista può portare l’umanità all’estinzione e può farlo in tempi brevi, la posta in gioco è questa. Consentitemi di ricordare sul punto addirittura Stephen Hawking, scomparso solo pochi giorni fa. Se una simile mente ci ammoniva su tale rischio, significa che il pericolo è davvero reale. Ma veniamo al motto per il futuro, ebbene esso è e dovrà essere: “sperare nel meglio, ma essere pronti anche al peggio”. Ho già detto in passato e di recente ho accentuato addirittura i toni su come l’euroexit in realtà sia un fatto “quasi militare”, richiederà infatti l’esercizio totale del potere d’imperio dello Stato. Ovvero occorre togliersi dalla testa che il problema sia solo quello di creare una nuova moneta e convertire in essa la vecchia valuta, riprendendo chiaramente il controllo della Banca centrale e dei sistemi di pagamento (tutti dimenticano che anche quelli oggi sono nei fatti privatizzati).

L’exit neppure è soltanto il fatto di tornare al pieno controllo del sistema creditizio, attraverso l’auspicabilissima nazionalizzazione anche di ogni singola banca commerciale, azione peraltro assai semplice da attuare e priva di rischi pratici grazie all’art. 43 della nostra Costituzione. La forza dei poteri economici sovranazionali, che l’evaporazione degli Stati sovrani ha consentito di aumentare esponenzialmente nel tempo, è nata sicuramente grazie al controllo della moneta, ma poi si è evoluta. Proprio di questa evoluzione dobbiamo tenere debitamente conto. D’altronde la moneta è una variabile puramente virtuale, uno strumento che può tornare in ogni secondo nel controllo degli Stati, basta la semplice volontà politica di farlo. L’evoluzione del potere finanziario consiste nell’aver volutamente agito al fine di ottenere, dietro il falso scudo ideologico della necessità di avere un mercato libero, un’ampia integrazione tra i sistema produttivi delle vari Paesi, correlata al controllo sovranazionale anche delle principali risorse naturali. L’arma concreta della finanza contro le democrazie si riassume in una parola dunque: globalizzazione. Quest’arma ideologica ha consentito ai detentori del potere economico, che via via si è accentrato nelle mani di pochissimi individui, di ottenere il controllo di settori industriali e produttivi di interesse strategico, indispensabili per l’esistenza di un’autentica sovranità popolare. Settori che sono stati ingranditi ad un livello dimensionale tale da travalicare completamente i confini dei singoli Stati, che così hanno conseguentemente perso autonomia ed indipendenza.

Il problema della sovranità oggi è diventato, paradossalmente e malgrado la tecnologia ancor più intensamente che in passato, una questione di controllo delle risorse naturali. La logica liberista ha fatto in modo che le nostre economie divenissero sempre più interconnesse e quindi dipendenti l’una dall’altra, senza alcuna reale ragione se non quella di impedire le normali reazioni che sarebbero scaturite in democrazia in risposta all’accentramento eccessivo della ricchezza. Tale interconnessione non ha creato alcun beneficio (è addirittura priva di senso logistico), ma sta progressivamente distruggendo quello Stato di diritto che si era costituito dopo grandi tragedie e secoli di violenze. Quando un Mario Monti qualunque ci racconta in televisione che è illusorio riscattare le leve di sovranità, perché esse ormai sono irrimediabilmente altrove, intende esattamente questo. Non si parla di leve di sovranità virtuali chiaramente, Monti non è così sciocco da non sapere che la sovranità monetaria si recupera istantaneamente se c’è volontà politica. Monti si riferisce chiaramente della perdita del controllo da parte degli Stati di reali comparti produttivi, comparti così importanti che in loro assenza la nazione finirebbe addirittura nella più completa anarchia. In sostanza il riscatto della sovranità passa inevitabilmente per il pieno riscatto delle leve di produzione e tornare ad avere il controllo completo dei settori di interesse strategico come, solo per citarne uno, è quello dell’energia.

Dove si fermano dunque le volontà sovraniste dei partiti? Si fermano alla totale assenza di un piano industriale, che oggi i governi neppure hanno la competenza giuridica di fare in forza dei vincoli europei e all’incapacità di concepire il pieno recupero di ciò che è stato venduto in nome del mito della libera circolazione di merci e capitali. Partiti ancorati da sempre ad un’arcaica e pericolosissima idea liberale in materia economica non hanno quindi il coraggio di dire ai cittadini che, per portare a termine l’exit, lo Stato dovrà tornare protagonista assoluto dell’economia. Peraltro l’Italia, dal punto di vista formale e sostanziale, ha un vantaggio che altre nazioni oggettivamente non hanno: ha una Costituzione che subordina già oggi l’iniziativa privata all’utilità sociale (art. 41) e che consente il cosiddetto esproprio di pubblica utilità (art. 43). Non a caso le grandi banche d’affari internazionali, che rappresentano la sostanziale origine del male moderno, in questi anni avevano richiesto più volte ad un classe politica sempre più asservita di smantellare la nostra Costituzione perché troppo socialista e troppo vicina ai diritti dei lavoratori. In un Paese ove non fossero leciti tali interventi di Stato in economia, l’exit sarebbe nei fatti attuabile solo con un colpo di Stato militare. In Italia invece tutto questo è possibile, grazie al cielo, nella piena legalità. Perciò per l’Italia parlo semplicemente di un piano “quasi” militare per la cui attuazione serve semplicemente il consenso politico. Il “quasi” non è utilizzato per ingenerare timori, ma per significare che saranno le forze dell’ordine e le forze armate a scendere in campo per eseguire materialmente gli espropri di pubblica utilità, notificando i relativi provvedimenti amministrativi, indispensabili per l’exit del Paese. Sempre le forze armate e di polizia dovranno mantenere l’ordine in tale periodo di transizione in cui passeremo dal capitalismo brutale e senza regole a quello tollerato e ordinato che un modello di sano socialismo applicato consente.

Non è irrealistico infatti pensare che ci possano essere cittadini che, per ignoranza indotta dalla propaganda di regime che da anni prosegue ininterrotta, possano reagire addirittura violentemente, finendo con l’agire in difesa dei grandi interessi finanziari. Questo accade già oggi, se ci pensate bene. Ad esempio con gli attuali sedicenti antifascisti, che sono per definizione il braccio, totalmente inconsapevole, del grande potere finanziario. Essi infatti protestano violentemente proprio contro coloro che hanno programmi in grado di riportare una vera democrazia nel Paese, per loro il massimo che si può fare concretamente contro la finanza internazionale è rompere una vetrina di una banca.

In definitiva, quindi, chi non ha un piano industriale chiaro, molto semplicemente, non può lasciare l’euro. Nei prossimi mesi è mia intenzione iniziare un lavoro analitico per l’elaborazione di un piano industriale per un ritorno ad un’Italia libera e sovrana (dunque in cui la sovranità passi dalle mani delle grandi banche d’affari a quelle del popolo italiano, come Costituzione vuole). Tale lavoro richiederà anche l’ausilio di esperti di ogni settore produttivo. La politica può dare un indirizzo, magari un giurista come me può facilmente redigere i decreti necessari per l’exit, ma solo quelle grandi eccellenze, che per fortuna in Italia abbiamo in ogni settore, possono concepire un piano adeguato nei dettagli. Secondo il motto “sperare nel meglio ma prepararsi al peggio”, il piano industriale dovrà essere fortemente autarchico, poi ben venga l’ipotesi di accordi internazionali che consentano di evitare l’eccessiva chiusura in sé del Paese. Fermo restando che tuttavia esistono settori dove l’autarchia assoluta, almeno potenziale, è un fatto di sicurezza nazionale dal quale non è possibile prescindere. In senso radicalmente autarchico in particolare dovranno essere ristrutturati almeno quattro comparti fondamentali per riportare le leve di sovranità cedute all’interno del Paese: l’Italia dovrà avere la piena autonomia energetica, quella alimentare, quella sanitaria ed ovviamente la piena autonomia nella realizzazione e nella gestione di tutte le infrastrutture del Paese, telecomunicazioni comprese. In questi comparti l’autarchia dovrà divenire radicale e permanere nel tempo, anche nel post-exit: è appunto un fatto di sicurezza nazionale.

Auspicabile, anche in questi comparti, mantenere una cooperazione internazionale dedita a condividere i progressi scientifici di ciascuno, ma ogni Paese necessita di indipendenza assoluta, altrimenti semplicemente non sarà un Paese sovrano e le sue scelte saranno sempre cooptate da forze esterne e ciò con buona pace di quella sovranità popolare che la Costituzione prevede. L’autonomia alimentare è obiettivo rapidamente ottenibile, ma anche l’autonomia energetica è un obiettivo raggiungibile in tempi brevi. Pensate al disastro, sempre nella logica di prepararsi al peggio, che scatenerebbe l’eventuale decisione di un Macron qualsiasi di interrompere la fornitura di energia elettrica all’Italia, scenario deprecabile, ma tutt’altro che impossibile in caso di euroexit. Macron è infatti uomo scelto dalla grande finanza. Non prepararsi a tale ipotesi sarebbe irresponsabile. L’Italia, secondo i dati più recenti che ho rinvenuto, acquista il 14% del proprio fabbisogno elettrico dall’estero e, peraltro, le esigenze energetiche del Paese non si esauriscono purtroppo qui, dato che servono anche i carburanti per navi, aeromobili, automezzi, ecc. Dunque le importazioni complessive sono ben maggiori. La rinuncia al nucleare, sciagurata con il senno del poi in ottica di una piena sovranità nazionale, ha determinato anche l’incremento di uso di combustibili fossili per i quali parimenti dipendiamo troppo dall’estero. I dati al 2015 parlano di un fabbisogno energetico soddisfatto, tramite energie rinnovabili, solamente nella misura del 33,2%. Ebbene, un piano industriale che ci voglia garantire indipendenza deve arrivare al 100% della copertura, anzi l’ideale sarebbe produrre più di quanto consumiamo, trasformandoci così in esportatori netti di energia. Il comparto energia dovrà essere uno dei settori più importanti a gestione diretta statale per mezzo della costruzione di una grande compagnia, che avrà tale compito in assoluto regime di monopolio. L’autonomia energetica ad oggi non è stata raggiunta, cerchiamo di ricordalo ai detrattori, non già per impossibilità tecnica, ma per i difformi interessi economici. Liberiamo la ricerca scientifica dalle logiche di profitto e torneremo ad avere un’evoluzione paragonabile a quella prevista dalla fantascienza.

Medesimo ragionamento vale per il comparto sanità dove è impensabile avere privati che lucrano sulla vita delle persone, questo non è liberismo, ma un crimine contro l’umanità intera. L’idea di “brevettare” un farmaco salva vita anziché condividerlo con il mondo significa semplicemente dare licenza di uccidere in nome di un ipotetico diritto al profitto. Un ultimo accenno va fatto poi al settore difesa. L’Italia ripudia la guerra ma cionondimeno sarebbe da autentici irresponsabili non pensare che la pace, in un mondo così corrotto dall’economia finanziaria, si prepari prima di tutto con un forte deterrente militare. Uno Stato senza un esercito in grado di intimidire, non è uno Stato realmente sovrano ed indipendente, come prova il fatto che oggi la stessa pace a livello globale tra superpotenze è garantita solo ed esclusivamente dal deterrente nucleare. Una riflessione che uno Stato ovviamente non può permettersi di ignorare. Inoltre sappiamo bene che finché l’economia non tornerà, a livello globale, sotto il controllo, il coordinamento e la disciplina da parte delle democrazie, avremo governi fantoccio del potere economico, che per definizione sarebbero nemici acerrimi dell’Italia che sogno.

Non a caso era proprio un gigante del pensiero come Aldo Moro a parlare in questi termini nei verbali dell’Assemblea Costituente, spunto che ci consente anche di ricordare la grande ammonizione che ci arriva dalla storia. La competizione economica ed il liberismo economico portano solo ad un unico e certo epilogo: la guerra. Esattamente com’è avvenuto nel secolo scorso. Anche per limitare l’economia predatoria dovremmo farci portavoce dell’idea dell’abolizione del vergognoso diritto di veto in seno alle Nazioni Unite, barriera oggettiva alla creazione di un mondo più democratico e giusto. Voglio chiudere comunque, dopo aver accennato alle inevitabili difficoltà dell’exit, anche con una speranza. Perché prepararsi responsabilmente al peggio non significa perderla. Ebbene, vedo molto difficile che un’Italia che si ponesse in questi esatti termini davanti al mondo non diventi un esempio tale di giustizia e libertà da travolgere definitivamente l’attuale assetto globale, guidando così ad una svolta epocale assolutamente necessaria per la conservazione della nostra stessa specie.

Marco Mori

L’articolo Marco Mori: “Vi spiego come uscire dall’euro e recuperare la nostra sovranità”proviene da Il Primato Nazionale.

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