MATTARELLA PROMULGA IL NUOVO CODICE ANTIMAFIA E AVVERTE: TROPPO BLANDO… PIÙ CONFISCHE PER TUTTI!

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Roma – Troppo duro, quel codice antimafia? Giustizialista? Macché. Anzi, Sergio Mattarella lo trova forse fin troppo blando, in contraddizione con le direttive europee e sicuramente da ritoccare «in tempi brevi».

Il presidente firma comunque la legge perché, spiega, non ci sono clamorosi «profili di incostituzionalità», però, siccome riscontra dei passi «critici», scrive una lettera a Paolo Gentiloni e invita formalmente il governo a rimetterci mano. Due le richieste del capo dello Stato: un «attento monitoraggio» degli effetti applicativi della nuova disciplina e la possibilità di reintrodurre la cosiddetta, e contestata, confisca allargata ai condannati per corruzione tra privati. «Solo un errore di procedura – minimizzano da Palazzo Chigi – i tecnici sono già al lavoro».

Non è una bocciatura, tuttavia il richiamo del Colle è insolito e piuttosto duro. Sotto tiro l’articolo 31. «Ho promulgato la legge non ritenendo che vi fossero evidenti punti di illegittimità costituzionale, nonché in ragione dell’importanza della normativa che nel suo complesso con essa viene introdotta e dell’opportunità che le disposizioni entrino presto in vigore», scrive Mattarella. Ma c’è qualcosa che non funziona, «un aspetto che, pur non costituendo una palese violazione» della Carta, «sembra contenere dei profili critici».

In particolare, nel testo approvato non sono state inserite alcune ipotesi di reato per cui prima, in caso di condanna, era prevista la confisca. Si tratta dell’associazione per delinquere finalizzata al falso nummario, dell’indebito utilizzo di carte di credito, dei delitti commessi con finalità di terrorismo internazionale e dei reati informatici. Insomma, per il capo dello Stato c’è il rischio che il codice, nato per estendere alcuni sistemi di prevenzione ai reati contro la pubblica amministrazione, finisca invece per alleggerire altre misure.

Intanto, dopo la promulgazione, è legge dello Stato. Le nuove norme dovrebbero velocizzare la prevenzione patrimoniale per rendere più sicura la gestione di beni confiscati e di fatto segnano l’equiparazione tra mafiosi e corrotti. Cosa questa criticata da Confindustria e da vari giuristi, come pure diverse polemiche ha sollevato il sequestro prima della condanna definitiva.

E adesso il Quirinale segnala un’altra contraddizione: da una parte si estende il sequestro anche a chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione, dall’altra si cancella la possibilità di mettere i sigilli ai beni di chi è stato condannato per fatti piuttosto gravi, come appunto la corruzione tra privati, l’hackeraggio e il terrorismo.

Mentre si potranno confiscare soldi e palazzi a chi è soltanto accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, terrorismo, e non è in grado di giustificare la provenienza delle proprie ricchezze, sarà impossibile mettere i sigilli su chi per quei reati è stato definitivamente condannato. Da qui la preoccupazione di Mattarella, che invita a «considerare il grave effetto prodotto» dal testo approvato.

Fonte: qui

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