MORIRE PER RIPAGARE IL DEBITO PUBBLICO

Sono fresche le dichiarazioni del vice-presidente della commissione europea Dombrovskis, in base alle quali l’Italia “deve continuare a ridurre gradualmente deficit e debito pubblico”. Ma esattamente, cos’è il debito pubblico, e perché andrebbe ridotto?

Il debito pubblico è la somma di tutti i deficit di bilancio annuali. Uno Stato fa deficit quando spende di più di quello che incassa, lasciando quindi così il settore privato (imprese e famiglie) in surplus. Tradotto in parole povere, lo Stato, per esempio investendo in opere pubbliche (strade, scuole, ospedali, ecc), lascia soldi nelle nostre tasche, permettendoci di acquistare beni e servizi e risparmiare. Non a caso, le nazioni con più alto debito pubblico sono anche le più prospere. Nel grafico sottostante, il debito dello Stato (linea rossa) è il credito di noi cittadini (linea gialla).

Mi piace immaginare il suddetto meccanismo tramite tre caraffe di cui una (senza fondo) rappresenta lo Stato, un’altra il settore privato (imprese e famiglie) e l’ultima il settore bancario. Fino al 1991, lo Stato, facendo deficit, ha “versato” soldi nel settore privato, una parte dei quali è stata accantonata e risparmiata in banca in vista di consumi futuri.

Dal 1992 in poi invece è avvenuto l’esatto contrario, tranne per l’anno 2009. Sotto le stringenti regole del Trattato di Maastricht prima (rapporto deficit-PIL inferiore al 3% e debito-PIL inferiore al 60%), e del Fiscal Compact poi (equilibrio di bilancio tra entrate e uscite), lo Stato, credendo di rientrare più velocemente entro vincoli esterni imposti dall’unione economico monetaria, ha iniziato a ottenere avanzi di bilancio consistenti, ovvero spendere di meno di quello che guadagnava. Tale meccanismo può essere corretto per un’azienda o per un soggetto privato, entrambi soggetti a vincoli di bilancio (i propri utili nel primo caso, il salario nel secondo), ma non per uno Stato privo di vincoli di spesa in quanto dotato di Banca Centrale.

Così facendo, anno dopo anno, si sono andate a prosciugare le risorse accantonate nelle banche (i nostri risparmi) e quelle del settore privato tramite un sistema fiscale e tributario sempre più oppressivo. Nella tabella sottostante surplus e deficit di Italia, Germania, Regno Unito Spagna e Francia per gli anni 1995-2014. Chi aveva sufficienti risparmi ha potuto attingere a quelli per “tirare a campare”, chi non li aveva è stato costretto ad indebitarsi nel migliore dei casi, o a finire per strada nel peggiore.

 

Tali politiche di avanzi primari continui, con conseguenti tagli alla spesa pubblica (G), sono state soprannominate “politiche di austerità”. Ma siamo sicuri che abbiano funzionato nel ridurre il rapporto debito-PIL? Considerando che il PIL (Y), al denominatore del rapporto, è dato dalla seguente formula
Y = C+I+G+(X-M) – (dove C sono i consumi, I gli investimenti, X le esportazioni e M le importazioni)- diminuendo la spesa pubblica (G), è normale attendersi un aumento del rapporto debito-PIL. E infatti così è stato. Siamo passati dal 105,20% nel 1992, al 132% nel 2016. Sacrifici inutili per una regola priva di evidenza empirica nella letteratura economica.

L’unico modo per far diminuire il debito pubblico senza sofferenze disumane alla Mario Monti, è quello di aumentare i deficit e quindi di aumentare la spesa pubblica (severamente vietato dalle norme europee), almeno finché l’economia non torni a correre da sola. J. M. Keynes diceva: “Occupati di dare posti di lavoro e i conti pubblici si sistemeranno da soli “. Il metodo più naturale per ridurre il rapporto debito-PIL è far sì che il tasso di crescita reale italiano sia superiore al tasso di interesse reale pagato sui titoli di Stato. Questa è l’unica via percorribile, resa però impraticabile dai dogmi economici europei. Moriremo per ripagare il debito pubblico.

(di Matteo Mariotti) – Oltre la Linea

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