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Perché noi siamo prima italiani che europei

Redatto da Oltre la Linea.

Per sentirci europei dovremmo confrontarci ed uniformarci alle miriade di estreme varietà antropologiche – culturali che abitano il nostro continente. Sarebbe un’operazione poco onesta. Nella storia non è mai esistita una vicinanza davvero sincera dal punto di vista identitario a un qualsiasi essere umano.

Ha avuto ragione ieri Vittorio Sgarbi a L’aria che Tira in un dibattito con Corrado Formigli. L’Italia è il più alto e complesso fiore del giardino indoeuropeo, precorritrice della civiltà occidentale come la intendiamo noi oggi insieme alla Grecia. È necessario stabilire delle discriminazioni identitarie di qualche tipo.

Cos’ha da condividere con la tradizione francese, ad esempio? In Francia si può sposare una persona defunta. Una pratica risalente all’incirca alla Prima Guerra Mondiale. È prevista anche una semplice cerimonia in cui la sposa o lo sposo stanno accanto a una foto del partner deceduto. Una pratica barbara. L’italiano, inoltre non sa concepire una città che non possieda un centro storico di almeno mezzo millennio. Ne vanta migliaia sparse per la sua penisola. Perché dovrebbe appiattire questo patrimonio in favore di un’integrazione con Paesi artificiosi come il Belgio e il Lussemburgo, nati appena nel 1830?

Lì, dove l’identità religiosa ne era perlomeno il collante, non rimane niente tranne la tecnocrazia e il vuoto esistenziale. La bruttezza architettonica è un must. Laddove si fa mostra di sé l’orrore del palazzo di Giustizia più grande d’Europa si salvano solo la rinascimentale e barocca Grand Place e qualche esempio di art déco. Davvero pochissima cosa rispetto perfino ad una modesta Frosinone (con tutto il rispetto).

Molti diranno che in questo assetto globale conta più l’influenza che le radici. Purtroppo è vero. Ma l’UE cosa ha mai prodotto di autonomo in 30 anni di esistenza? Non è assunto nient’altro che il ruolo dell’organo politico-diplomatico della NATO utile al rafforzamento del predominio USA sull’assetto globale dopo il 1989. Non ha mai desistito, infatti, a distruggere quegli equilibri geopolitici e ridisegnare irrimediabilmente il panorama del continente di cui è organo parassitario.

I “settant’anni di pace” di cui si vanta ha provveduto a mantenerli esclusivamente nell’area centrale del pianeta, quella costituita dall’insieme dei Paesi capitalistici avanzati sotto la sfera di influenza atlantica. Tuttavia senza annullarne o inibirne totalmente i conflitti. Al contrario, li ha solo spostati su terreni neutri, terzi, in quelle aree dove erano messi a repentaglio gli interessi statunitensi. L’europeismo è la banalità del male. Non c’è niente di cui esserne orgogliosi.

(di Davide Pellegrino)

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