PREVIDENZA, LA PROPOSTA-CHOC: “ABOLIAMO LE PENSIONI DI ANZIANITÀ”

10/05/2011 Roma, Forum della Pubblica Amministrazione 2011. Nella foto lo stand dell' INPS

Roma, 25 apr – Consulente del governo Dini e della sua riforma delle pensioni che aprì la strada ai successivi interventi firmati da Roberto Maroni prima e dalla Fornero dopo, una cattedra al dipartimento di scienze sociali ed economiche dell’università La Sapienza, collaborazioni internazionali attive nel campo della ricerca sui sistemi pensionistici. Sandro Gronchi è probabilmente uno dei massimi esperti italiani di previdenza sociale. E sul tema ha le idee molto chiare. Talmente chiare da proporre, in nome della sempiterna stabilità dei conti pubblici, fin quasi di chiudere l’Inps. Esageriamo? Assolutamente no. Il Gronchi-pensiero è stato messo nero su bianco nel corso di una recente intervista al Sole 24 Ore. E rischia di far impallidire perfino Mario Monti.

Primo problema: l’aspettativa di vita. “Dalla crescita della longevità seguono coefficienti cronicamente obsoleti – afferma il professore – che implicano il parziale fallimento del principio contributivo. Infatti, le pensioni tendono a superare i contributi”. In altre parole: viviamo troppo a lungo e, non potendo liberarci fisicamente dei percettori degli assegni mensili, dobbiamo cercare qualche correttivo per rendere il sistema più flessibile. Vale a dire per pagare meno pensioni. E come? Semplice: “Mantenendo alta l’età minima”. Il problema, spiega Gronchi, è che “le donne possono attualmente accedervi (alla pensione anticipata che nell’ambito dell’ultima riforma ha sostituito la pensione di anzianità, ndr) dopo aver contribuito per 42 anni e 3 mesi e gli uomini per 43 anni e 3 mesi. Tenuto conto dell’obbligo scolastico (15 anni) in Italia si può quindi andare in pensione fin dall’età di 57/58 anni, che non trova riscontro in altri paesi europei”. Insomma, la legge Fornero non basta e bisogna fare di più. Molto di più.

A partire anzitutto dalla rivalutazione delle pensioni, la cui indicizzazione deve essere rivista e agganciata alla crescita del Pil meno 1,5 punti percentuali. Segue poi la necessità, a detta di Gronchi, di riformulare (alias restringere quasi del tutto le maglie) l’istituto della reversibilità.

L’apice del climax si raggiunge però con le ipotesi che il professore fa in merito alla data di pensionamento del lavoratore. Alla domanda su quali età abbia in mente, Gronchi prende infatti a modello il sistema svedese, “che prevede un’età minima di 63 anni e una massima di 67. Tuttavia, l’accesso alla pensione non è consentito prima che siano maturati 20 anni di anzianità contributiva e una pensione superiore al limite minimo di 2,8 volte l’assegno sociale, che si riduce a 1,5 volte quand’è raggiunta l’età massima. A chi non riesce a maturare in tempo entrambi i requisiti, è consentito di restare attivo fino a 70 anni (già diventati 71) quando il requisito economico svanisce mentre quello contributivo si riduce a 5 anni”.

Filippo Burla

L’articolo Previdenza, la proposta-choc: “Aboliamo le pensioni di anzianità” proviene da Il Primato Nazionale.

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