QUEL TESORO BUTTATO DALL’ITALIA: SE LA CULLA DELLA CULTURA NON FA SOLDI CON LA CULTURA

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La cultura italiana se la canta e se la suona. Ma la musica è stonata e solo pochissimi aficionados italiani riescono ad ascoltarla, indulgenti come sono stati abituati, con gli autori che, all’estero, non si fila nessuno.

Il mondo dei libri italiano, considerando gli editori piccoli, medi e grandi, ha infatti venduto a editori esteri i diritti per ristampare 973 libri italiani ma ha comprato dall’estero i diritti per ristampare in italiano 10.327 opere.

Ovviamente a fare man bassa dei titoli stranieri sono gli editori grandi, come mostra il grafico in queste pagine. Ma anche i piccoli editori non scherzano. Sono riusciti a vendere all’estero i diritti per 26 opere ma ne hanno comprati per 256.

I dati dell’Istat riferiti al 2015 (ultimi dati disponibili) sono stati elaborati dal sito Truenumbers.it e non sono gli unici a dare un’immagine della cultura italiana viva ma in crisi di fatturato. Siamo il popolo che legge meno, e questo si sa.

Siamo anche il popolo che spende meno in manifestazioni culturali, e anche questo si sa, ma siamo anche il popolo che non riesce a far fruttare l’inestimabile patrimonio di intelligenza, creatività, storia che gli appartiene e che solo lui possiede. Più in là del consolante ricordo di un passato (molto passato) glorioso (molto glorioso) non va.

Parliamo sempre di export. L’Ocse monitora annualmente l’andamento delle esportazioni culturali di ogni Paese che fa parte dell’organizzazione. Il grafico in queste pagine mostra quanta cultura ogni grande Paese europeo è riuscito ad esportare verso il resto del mondo, ma prima di guardare i numeri serve una definizione: di cosa parliamo quando parliamo di «cultura»?

Dal punto di vista economico e statistico, l’Eurostat definisce «cultura» qualsiasi prodotto della creatività artistica che contenga «valori estetici, artistici o simbolici». Quindi è cultura anche l’antiquariato, la pittura, la scultura, libri, giornali, foto, film, musei, radio, tv, musica e strumenti musicali ma anche i videogames e i devices che permettono di accedervi.

E ora i numeri: tra il 2006 e il 2015 solo la Gran Bretagna ha aumentato la propria quota: il 32,6% di tutti i beni culturali esportati dai Paesi europei verso il resto del mondo è britannica.

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Considerata l’ampiezza delle definizione, e la facilità di esportare utilizzando la lingua inglese, il risultato di una Gran Bretagna vincente potrebbe essere ovvio. Molto meno ovvi sono altri due fatti. Il primo è che al secondo posto ci sia la Germania (18,1%) e che l’Italia, tra i grandi Paesi della Ue, sia penultima con un ridicolo 5,7%.

Siamo, insomma, pieni di cultura, ma non riusciamo a farla diventare un «prodotto» vendibile all’estero. La nostra merce resta invenduta. E i riflessi sull’occupazione sono automatici. In Italia le persone che lavorano nel settore culturale sono il 2,7% del totale delle persone che lavorano.

La stessa percentuale di (tenersi forte) Cipro. Certo, è anche la stessa percentuale della Francia, la quale sussidia il suo settore culturale il doppio di noi: la spesa pubblica del 2015 è stata pari a 29 miliardi rispetto ai nostri 12.

Se la presenza all’estero della cultura italiana fosse anche minimamente proporzionale alla retorica che l’avvolge, saremmo censiti dall’Ocse tra i maggiori Paesi esportatori del mondo. Invece in quella classifica l’Italia non compare. Il primo esportatore di cultura è, e questo è ovvio, gli Stati Uniti che detengono il 40,8% della quota di mercato mondiale.

Seguono Svizzera e Hong Kong, ma solo perché sono centri di smistamento di fatture dei colossi dell’intrattenimento o di case d’asta. Ma la Norvegia è censita: il 2,7% dell’export mondiale di cultura è suo. Il Giappone è al 2% e il Canada, Paese del quale non si ha contezza di un particolare ruolo nella costruzione della cultura occidentale, è all’1,7%.

Spazi per crescere? Infiniti. Il Pil europeo del comparto culturale è di poco superiore ai 564 miliardi di euro. Di questi circa 127,5 sono prodotti dalle cosiddette «arti visuali» che comprendono, tra gli altri, pittura, grafica, fumetto, fotografia, scultura, pubblicità, cinema: tutti settori nei quali l’Italia potrebbe condurre il gioco se solo disponesse di una vera industria culturale.

In questo senso certamente la spesa statale per promuovere il settore è utile, ma probabilmente anche gli operatori del settore culturale, autori, registi, attori, editori, artisti, musicisti, intellettuali dovrebbero preoccuparsi di meno a ossequiare la trascurabile compagnia di giro dei circoli intellò nostrani e iniziare a rendersi conto che se ciò che fanno piace (?) solo fino al Brennero danno ragione a Giulio Tremonti quando disse che «con la cultura non si mangia». Ottenendo, come risposta, la richiesta di più sussidi.

Fonte: Qui

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