SANITÀ: COSÌ CON LA SCUSA DEL MORALISMO VOGLIONO TAGLIARE IL SERVIZIO PUBBLICO

Esiste un metodo quasi infallibile per capire se una proposta politica è una colossale fregatura, ed è banalmente quello di riconoscere che tale proposta si ammanta di un’aura di pseudo-scientificità, ponendosi quindi come “inevitabile”. È il caso per esempio di questo apparentemente banale articoletto comparso sul quotidiano di Confindustria, che illustra quello che evidentemente è il pensiero dell’editore di riferimento, ed in generale dell’oligarchia finanziaria cosmopolita che domina in Occidente. L’articolo vorrebbe essere una disanima “oggettiva” delle “dinamiche di lungo periodo” della sanità in Italia. Dietro le solite quattro idiozie sull’informatica che cambierà le nostre vite (in 20 anni pare aver clamorosamente toppato, ma tant’è), il succo del discorso appare quasi in secondo piano rispetto al corpo dell’articolo. Il concetto è in fondo semplice: l’idea veterotestamentaria della malattia come colpa inflitta da Javeh al reprobo viene riproposta in salsa postmoderna, tecnocratica e salutistica. In pratica, il malato è il responsabile principale, se non l’unico, della malattia, e come tale va trattato.

Non è in fondo la prima volta che questa idea si affaccia nel dibattito pubblico. Come tutto quello che di perverso esiste al mondo, anche questa idea malata è nata una decina di anni fa in Inghilterra, con premier Gordon Bown. Il senso è sempre lo stesso: indurre nella popolazione il senso di colpa per poter tagliare i costi della sanità senza che si levi alcuna voce di protesta. Anzi, magari riuscendo ad esasperare l’animo codino, moralista e forcaiolo del volgo, sempre pronto ad impugnare i forconi se gli si offre un comodo capro espiatorio.

L’articolo rasenta vette di involontaria comicità quando asserisce, e non come battuta, che la salute non è una questione di reddito, perché gli “stili di vita sani” sono alla portata di tutti. Il che è il palese ribaltamento della realtà nota a chiunque: se sei ricco puoi prescindere dello stile di vita perché avrai accesso alle migliori cliniche private, dove fior fiore di luminari si prodigherà per allungare la tua vita con ogni mezzo umanamente possibile, se sei povero rischi di crepare in corsia anche per un’appendicite. Ed anche per quanto riguarda gli “stili di vita” c’è poi da ridire. È facile se sei una popstar miliardaria fare 5 ore di palestra al giorno ed avere 4 dietologi che controllano anche lo spin quantomeccanico degli atomi che mangi, diverso è se sei un povero cristo che deve anche contare i soldi nel portafoglio per fare la spesa.

Il punto è che se passa il principio per cui il paziente è causa della malattia, allora per praticamente qualunque cosa sarà possibile trovare un motivo di esclusione del medesimo dall’universalità del servizio pubblico. Chiunque in qualsivoglia misura, anche solo per il fatto di vivere in città anziché in alta montagna, sta facendo almeno qualcosa che possa danneggiarlo almeno potenzialmente, ed è precisamente per questo che esiste il SSN, all’interno del più ampio contesto dello Stato sociale inteso come redistribuzione per via fiscale del reddito nazionale. L’invecchiamento della popolazione è precisamente l’oggetto di questo servizio, non un “danno collaterale”. Invecchia una popolazione sana, se invece imperversa la peste statisticamente l’età media tenderà ad abbassarsi notevolmente.

Forse non sarà in questo contesto inutile ricordare le parole di Cristo che ai discepoli bigotti, che credono ancora alla vecchia idea della malattia come colpa di cui abbiamo già accennato, risponde in riferimento ad un cieco dalla nascita: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”. Sempre l’orrenda ipocrisia liberale del voler tagliare la spesa pubblica, ovvero il reddito dei privati, ammantandosi sempre di buone intenzioni.

Matteo Rovatti – Il Primato Nazionale

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