Sul Financial Times, Wolfgang Münchau chiarisce che l’attuale rivolta italiana contro l’eurozona non è da attribuire a un governo populista non ancora insediato, ma ai vent’anni di economia stagnante nel Paese. Se questa rivolta dovesse portare a una dissoluzione dell’eurozona, sarà a causa dell’impossibilità di cambiare le assurde regole dell’area valutaria, e non della normale reazione di un popolo che non ha più alcun motivo per rimanere in essa.

Di Wolfgang Münchau, 3 giugno 2018

È un peccato che così tanti europei trattino l’integrazione europea come una questione di fede. Il dibattito sulla Brexit mette a confronto i veri credenti eurofili contro gli scettici atei, e questo è il motivo per cui si sta parlando di due cose ugualmente assurde: un secondo referendum e una Brexit “hard”. Gli italiani considerano la loro appartenenza all’euro in maniera simile. O sei in questo campo, o in quello. Se sei, come me, in una terra di mezzo, le persone si confondono. Ritengo che sia ragionevole per un paese in difficoltà come l’Italia rimanere nell’eurozona fintantoché esiste una minima speranza che la relazione sia sostenibile. È stato l’incondizionato pro-europeismo della passata leadership italiana ad aver causato l’attuale reazione nazionalista. I governi precedenti hanno accettato la legislazione europea, che era profondamente contraria agli interessi italiani. Per esempio la regola di calcolare i contributi italiani al Meccanismo Europeo di Stabilità, il paracadute di salvataggio dell’area, all’interno del deficit massimo ammesso. Poi l’accettazione delle regole di risoluzione delle crisi bancarie che ha lasciato migliaia di correntisti italiani senza protezione. E, peggio di tutti, l’adesione del 2012 al fiscal compact, che richiede di fatto all’Italia di avere il pareggio di bilancio. Se i precedenti primi ministri fossero stati più combattivi, la reazione anti-europea sarebbe stata minore. Trovo ugualmente stupido da parte del M5S e della Lega aver sollevato la questione di uno scontro totale e serrato con l’UE come hanno fatto. L’idea di chiedere alla BCE di cancellare il debito italiano acquistato nell’ambito del QE era folle. L’idea è apparsa in una bozza dell’accordo di governo ed è poi scomparsa. Per cominciare, il debito italiano è detenuto per la maggior parte dalla Banca d’Italia non dalla BCE (e quindi a maggior ragione… NdVdE). Se vogliono far la guerra all’eurozona, devono farsi furbi. Il mio primo consiglio sarebbe di abbandonare l’unilateralismo e iniziare un percorso transazionale – porre condizioni che permettano all’Italia di rimanere e prosperare nell’eurozona. Come prima priorità, Giuseppe Conte, il Primo Ministro italiano, dovrebbe prendere una dura posizione al Consiglio Europeo di questo mese nel dibattito sulla governance dell’eurozona. Angela Merkel ha rifiutato praticamente tutte le riforme proposte da Emmanuel Macron.

Conte dovrebbe considerare di sostenere il presidente francese per far capire alla cancelliera tedesca l’enorme costo del “no” tedesco. Pedro Sanchez, il leader del partito socialista che ha giurato sabato come Primo Ministro spagnolo, potrebbe aiutare a cementare l’alleanza.

Conte dovrebbe far capire che un’eurozona non riformata non ha possibilità di sopravvivenza. Finora, la migliore ragione per l’Italia di rimanere nell’eurozona era la speranza di un’eventuale riforma. Se sappiamo per certo che questo non succederà, le cose cambiano. Non è la politica italiana che uccide l’euro, ma la mancanza di riforme e l’enorme disavanzo commerciale della Germania. La maniera migliore per opporsi alle politiche dell’eurozona è dall’interno. L’Italia potrebbe usare il suo peso nelle prossime nomine dei principali attori UE: il presidente della Commissione Europea, il Consiglio Europeo e la BCE. Ci sono accordi e compromessi da fare. Non mettetevi a parlare di un’uscita unilaterale (dall’eurozona, NdVdE) finché tutto il resto non è fallito. In secondo luogo, la spinta fiscale keynesiana prospettata dal governo di coalizione italiano è ben fatta, ma troppo ambiziosa. Dovrebbero smorzarla e accompagnare una politica fiscale moderatamente espansiva con alcune riforme strutturali focalizzate, nel settore bancario, nel sistema giudiziario e nell’mministrazione pubblica. In terzo luogo, non c’è niente di sbagliato ad avere un buon piano B, una lista di misure da mettere in atto se una crisi dovesse rendere insostenibile la permanenza nell’eurozona. Sarei sorpreso se il precedente governo non avesse un piano del genere nascosto in un cassetto (si sorprenda pure, caro Munchau… NdVdE). Ma bisogna resistere al piano A: creare una situazione che porterebbe inesorabilmente a un’uscita dall’eurozona. Era il sospetto di questo piano che ha indotto Sergio Mattarella, il Presidente italiano, a mettere il veto su Paolo Savona come ministro delle Finanze. E infine, non pensate nemmeno di chiedere all’elettorato di esprimersi sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona. Sarebbe un autogol per qualsiasi politico che ponesse la domanda. L’uscita dall’eurozona è un incidente per cui essere preparati, non un risultato da perseguire. Dubito che un governo italiano gli sopravviverebbe. E quanto a noi, dovremmo smetterla di trattare questo nuovo governo come uno shock inaspettato. Il governo populista è la logica conseguenza di vent’anni di fallimenti economici dei governi dei partiti di centrosinistra e centrodestra. Questo è quel che ha causato tutto il caos. Se siete realmente favorevoli all’euro, il mio consiglio è di smetterla di considerarlo come un oggetto di fede, e di combattere per la sua sostenibilità. La battaglia non può essere vinta dall’Italia da sola. Richiede anche grandi cambiamenti di politiche a Bruxelles.

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