SE LO SPREAD NON DIPENDE DA DEFICIT E SPESA, MA DALLA MANCANZA DI UNA VERA BANCA CENTRALE

C’è chi ancora insiste con questo mantra: lo spread dipende dal deficit e dal debito. Ma così non è. Ci vuole però un maggiore impegno intellettuale per comprenderlo: quello che molti purtroppo non hanno o semplicemente non vogliono avere. Debito e spesa, infatti, non influiscono sullo spread, a meno che non venga costruito un meccanismo che faccia apparire tale questa connessione. E questo meccanismo, che noi ci ritroviamo in Europa (intesa come Unione Europea), prevede una banca centrale indipendente che non sia lending of last resort, cioè garante del debito pubblico degli Stati membri.

Ecco, il meccanismo ora – anche per i meno esperti – si disvela in tutta la sua diabolicità: se la Banca Centrale non esercita più la sua funzione primaria, e cioè quello di frangiflutti, la speculazione sul debito pubblico avrà la capacità di alterare pericolosamente gli equilibri dei processi democratici, creando una situazione paradossale: quella dove gli indirizzi politici espressi dai cittadini attraverso il voto vengono messi in secondo piano (se non contraddetti) da quella finalità che il “mercato” indica come prioritaria attraverso l’uso dell’attacco speculativo sul debito.

Ma alla base giuridica di questo assurdo meccanismo c’è soprattutto il tentativo di prevaricazione e dominazione di un’economia sulle altre. La clava finanziaria, in un contesto desovranizzato, ha lo scopo di indebolire la capacità delle altre economie, sottoponendole a stress finanziari, che per alcune nazioni – come l’Italia – possono risultare se non fatali, quanto meno altamente deperenti.

Dunque, parlare di deficit e spesa come la causa primaria dell’aumento dello spread è errato, e lo è perché, paradossalmente, la sua “correttezza” è legata a un artificio giuridico: e cioè l’indipendenza della Banca Centrale Europea e il divieto per essa di sostenere il debito pubblico degli Stati membri attraverso il sistematico acquisto del loro debito pubblico (art. 123 TFUE). Se la Banca Centrale, come del resto auspicano molti economisti nostrani, tra cui Paolo Savona, recuperasse quel compito fondamentale di lending of last resort, e cioè quel compito che la Banca d’Italia perse nel 1981, non esisterebbe spread e non esisterebbe speculazione sul debito pubblico, e la forza di un’economia si misurerebbe non in ragione del rapporto artificioso (e insensato) tra i bund tedeschi e quelli di un altro paese membro, ma in ragione della solidità bancaria, della capacità produttiva e dell’occupazione (che l’Italia perseguirebbe in ottemperanza alla sua carta fondamentale). Elementi di competizione che, senza un sistema deflattivo che indebolisca le economie concorrenti, alla Germania fanno una gran paura.

E ciò spiega anche perché il meccanismo è assolutamente irriformabile. Per quanto alcuni auspichino una riforma della BCE nel senso anzidetto, è improbabile che ciò accada, proprio perché la Germania, la dominus di fatto dell’Unione Europea, non vuole e non intende cedere. E non è un caso – a controprova – che la stessa Germania, da anni, si opponga alla creazione dei bund europei. La condivisione dei rischi oltreché dei vantaggi dell’unione monetaria non è oggettivamente nelle sue corde. Qui, dunque, la ragione per cui l’euro è in realtà un aborto monetario, e come tale dovrebbe essere abbandonato il prima possibile dal nostro paese. Condividere i vantaggi, e prendersi però tutti i rischi senza nessuna difesa che si possa dire tale (salvo svendere il nostro paese), è e resta del tutto irrazionale e persino antipatriottico. E lo vediamo ogni giorno con lo spread, le minacce dei paesi nordici, che evocano il bail-in sui nostri risparmi e le pretese di contenere il deficit, anche quando questo è necessario in un ciclo economico avverso.

L’articolo Se lo spread non dipende da deficit e spesa, ma dalla mancanza di una vera Banca Centrale proviene da Qelsi Quotidiano.

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