Soros e il piano per far diventare l’Italia una “colonia muta”

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Continua a essere troppo sospetta la voglia di andare al voto in autunno in Italia con un sistema elettorale che non garantisce governabilità. Il commento di MAURO BOTTARELLI
Non una parola. Nessun telegiornale, ieri, ha dato cenno dell’unica notizia che valesse la pena riportare agli ascoltatori: George Soros ha lanciato la versione 2.0 del 1992, mettendo sotto la luce dei riflettori gli stessi Paesi che piegò in quell’anno, ovvero Italia e Gran Bretagna. Certo, ora non c’è più una lira su cui speculare, ma nemmeno Soros è più quello di un tempo: all’epoca era uno speculatore senza scrupoli e reo confesso, oggi è un filantropo. E, si sa, non sta bene che i filantropi escano allo scoperto con i loro piani di destabilizzazione politica, devono sembrare consigli per il bene comune: in Ucraina, ad esempio, ha funzionato a meraviglia, visto che l’Occidente ha accolto un vero e proprio golpe come fosse la festa di liberazione, finanziandone poi l’instaurazione al potere. E cosa ha detto Soros, parlando al Brussels Economic Forum a Bruxelles? «La crisi bancaria e migratoria in Italia sono oggi la minaccia più pericolosa per l’Unione europea».
Stranamente, quelle parole assumevano un peso, anche simbolico, particolare, visto che Pier Carlo Padoan aveva appena chiesto uno “sconto” di 9 miliardi alla Commissione Ue per il 2018, un taglio frazionale che permetterebbe di ridurre a 6 miliardi il fabbisogno necessario a Roma per evitare l’aumento dell’Iva. Stranamente, poi, in Italia c’è aria di voto anticipato. E la Gran Bretagna? «La Brexit è estremamente nociva e rovinosa per entrambe le parti. L’Unione europea deve, quindi, resistere alla tentazione di punire la Gran Bretagna e, invece, intraprendere i negoziati con spirito costruttivo e cogliere l’occasione per lavorare su riforme di ampia portata». Inoltre, Soros ha indicato in cinque anni il tempo necessario per la completa separazione tra Regno Unito e Ue, non escludendo addirittura un’eventuale riunificazione.
Guarda caso, in vista del voto di giovedì prossimo, stiamo assistendo alla meteoritica ascesa dell’impresentabile Jeremy Corbyn, un ferro vecchio del marxismo capace di tramutare Bernie Sanders nel nuovo che avanza: poco più di un mese fa, il suo Labour era staccato di 22 punti percentuali dai Tories della premier Theresa May, oggi sono sul filo di lana e si comincia a parlare di rimonta miracolosa. Cos’ha fatto, per ottenere un tale consenso in così poco tempo? Ha scoperto la cura definitiva per la calvizie? Oppure risolto il cronico problema del sistema sanitario nazionale? Ha certificato che c’è vita su Marte? No. Non ha fatto assolutamente niente, se non attaccare la politica estera di Blair in Iraq e Cameron in Libia, dicendo che quando si destabilizzano Paesi, si rischiano ritorsioni tragiche come l’attentato di Manchester. Buon senso, di fondo, ma anche la scoperta dell’acqua calda. E la May, cosa ha fatto per dar vita a un tracollo simile? A parte un paio di topiche nel manifesto elettorale (la cosiddetta dementia law che comporterebbe la fine della gratuità per l’accesso al servizio sanitario nazionale per determinate fasce di reddito), nulla di che. Imputarle responsabilità per le tragicomiche falle dell’intelligence riguardo l’attentatore di Manchester sarebbe idiota, prima ancora che ingiusto e anche il refrain in base al quale sarebbe incoerente che a gestire il Brexit sia qualcuno che ha apertamente fatto campagna e votato per il Remain, lascia il tempo che trova. Soprattutto, tra i sudditi di Sua Maestà.
Chi sta facendo spostare l’ago della bilancia verso Corbyn? E chi lo ha detto che sia davvero così? Siamo sicuri della veridicità di quei sondaggi o ci troviamo di fronte a una campagna auto-alimentante, in vista delle urne? Anche perché cominciano a essere un po’ troppe le vittorie al termine di marce folgoranti. Che dire di Emmanuel Macron, passato da ministro dell’Economia a presidente della Repubblica in meno di un anno e alla guida di un partito così di plastica da rendere Forza Italia paragonabile al Pci degli anni Sessanta? Non il sottoscritto, ma due notoriamente autorevoli e pacati analisti della realtà come Ferruccio De Bortoli e Massimo Cacciari, non più tardi di tre settimane fa, ammisero candidamente a Otto e mezzo, ospiti di Lilli Gruber, che la vittoria di Macron era anche frutto dell’operato della Massoneria francese. Insomma, logge potenti più Banca Rothschild: decisamente il presidente del popolo, decisamente una democrazia compiuta.
E poi, avete saputo cosa è accaduto giovedì in Francia? No? Non mi stupisce, tg e giornali al riguardo sono stati davvero massonici, come livello di segretezza. Ve lo dico io: il capo dell’Agenzia francese per la cybersecurity (Anssi), Guillaume Poupard, ha dichiarato che l’indagine che ha sovrainteso non ha trovato alcuna traccia di gruppi hacker russi implicati nell’attacco alla campagna elettorale di Emmanuel Macron. Di più, «l’hackeraggio è stato così generico e semplice che praticamente potrebbe essere stato chiunque. Penso che possa essere opera di una persona sola e che abbia potuto agire da qualsiasi nazione». Meglio non farlo sapere in giro, meglio continuare a vendere la favola di Putin che intercetta anche i piccioni.
È in questo contesto che l’Italia si appresta ad andare al voto anticipato, un contesto che vede Soros pontificare a Bruxells che «l’Ue va drasticamente ripensata», che «occorre contrastare i populismi» e che «il voto in Olanda e Francia ha ridato un po’ di slancio all’Europa». Ora, per quale diavolo di ragione dovremmo andare a votare, tra fine settembre e inizio ottobre? Cosa cambia attendere la scadenza naturale di febbraio/marzo, visto che è dal 2011 che siamo eterodiretti a livello governativo? Come si può mandare Padoan a trattare con l’Ue sulla manovra lacrime e sangue del 2018, con la prospettiva che possa non essere lui a mettere mano al Def in autunno? Che garanzia diamo? Se, per caso, Pierre Moscovici abbozzasse ancora e facesse finta di niente di fronte a questa palese contraddizione politica, significa che a Bruxelles hanno deciso che occorre cambiare cavallo a palazzo Chigi. E, soprattutto, al Mef. D’altronde non è un mistero che il numero uno della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, abbia in testa un piano per la germanizzazione dell’Unione, lo ha scritto nero su bianco in un foglio di lavoro che è rapidamente circolato a Bruxelles.
Juncker propone un ministero del Tesoro unico e un presidente permanente dell’Eurogruppo, mentre fra il 2020 e il 2025 dovrebbero iniziare i lavori per emettere un titolo pubblico europeo con la garanzia degli Stati. Nel documento non si parla di eurobond, bensì di european safe asset: di fatto, una securitization che mantenga però al sicuro i conti tedeschi, visto che il bond ibrido che ne nascerà avrà differenti livelli di concentrazione dei vari debiti. E Berlino comprerà solo quelli sicuri. Infine, ciò che vi dico da sempre: alla scadenza del mandato di Mario Draghi, nel 2019, l’approdo alla Bce di Jens Weidmann, attuale numero uno della Bundesbank. Insomma, un piano ambizioso che richiede governi proni e fedeli. Eppure, nell’ultimo periodo del suo mandato, Matteo Renzi non era stato tenero con l’Europa: vi ricordo che stiamo parlando di chi promise di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum del 4 dicembre, non penso serva dire altro per declinarne il grado di coerenza e affidabilità.
Matteo Renzi è semplicemente accecato dal potere, ne ha bisogno fisico. E per ottenerlo è pronto a tutto, anche a condannare il Paese a una cura greca. Perché è quello che ci attende. Prima salirà l’Iva, poi arriverà la patrimoniale, poi si metterà mano al sistema bancario: dall’altro giorno, Telecom ha un capo francese e Macron ha riaperto il tavolo Stx con Fincantieri. Nel frattempo, la Germania – proprio alla vigilia dei mesi turistici – si è comprata con due spiccioli, tutti gli aeroporti greci. Questo non è complottismo, è la realtà. Se poi voi volete credere alla coincidenze e alla casualità del timing di certi avvenimenti, fate pure, ma attenzione perché il passo successivo è quello di credere agli asini che volano e prendere delle pastiglie colorate tutti i giorni.
Quella che sta per aprirsi ufficialmente, sarà la più falsa e traditrice campagna elettorale di sempre: il 1994, in confronto, fu un leale confronto. Non a caso, si è scelto il modello elettorale perfetto per blindare la situazione: Pd e Forza Italia ad agire da manovalanze dei desiderata esteri, Ue in testa e Lega Nord e M5S a far finta di fare l’opposizione, loro ruolo naturale, essendo incapaci di governare. Il Paese mutilato perfetto, la colonia paciosa che suona il mandolino e mangia gli spaghetti, mentre Berlino e Parigi si fanno i comodi loro. Stavolta non serve nemmeno la simil-segretezza del Britannia, da cannibalizzare è rimasto talmente poco che con un governo su procura ci vorrà davvero nulla per ottenere quanto desiderato. Oltretutto, in perfetto regime bipartisan.
Quanta fretta di andare alle urne, quanta voglia di democrazia. Più che altro, quanta sete di vendetta da parte di Matteo Renzi e quanta paura per i propri interessi personali da parte di Silvio Berlusconi. Scommettete che se si andrà davvero alle urne a settembre, in ottobre il contenzioso tra Mediaset e Vivendi su Premium si chiuderà senza morti, né feriti? E il bello di essere una colonia senza dignità, accetti tutto e ringrazi pure. A noi toccherà ringraziare per la gentile concessione di poter andare alle urne, come se in queste condizioni avesse un senso. Sono solo giochi di potere e noi ne siamo ai margini, anzi siamo il tabellone del Risiko sopra cui i potenti giocano. Chissà, magari Maurizio Molinari e Beppe Severgnini potranno dirci qualcosa di più al riguardo, lunedì. Per quel giorno, infatti, dovrebbero essere tornati da Chantilly, in Virginia (Usa), dove hanno preso parte ai lavori del 65mo meeting del Bilderberg Group, tenutosi nell’esclusiva Westfields Marriot, di cui vi regalo un’immagine
Sì, lo so, ha un’aria parecchio massonica, l’architettura della facciata sembra quella del tempio di una loggia, ma non credete a queste cose, sono dicerie da complottisti. Così com’è passata rapidamente in cavalleria la querelle Boschi-De Bortoli, senza che la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio (e fedelissima renziana) desse seguito alle minacce di querela. Insomma, Ferruccio De Bortoli pare abbia detto il vero, quando ha scritto che la Boschi avrebbe cercato di piazzare Banca Etruria a Unicredit, parlandone direttamente con Federico Ghizzoni. Per giorni non si parlò d’altro, poi tutto nel dimenticatoio. Forse, però, quella polemica può essere stata uno starter occulto, un segnale che la grande campagna d’autunno poteva avere inizio. E, state certi, che non ci sarà profumo di sottobosco dopo la pioggia nell’aria. Ma odore stantio di massoneria.

fonte http://www.ilsussidiario.net

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