The Guardian: lo spietato trattamento europeo dell’Italia non fa che rafforzare il risentimento popolare

di Kenan Malic. Fonte: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/16/europes-merciless-treatment-of-italy-only-hardens-popular-resentment?CMP=share_btn_fb&fbclid=IwAR0_zYhrNT9GK8EgG-Ho-L2WZVXjIsTQ66TqcgtyDdMcG03JeNobD08RsWs

Francia e Germania violano spesso le regole dell’eurozona, mentre i poveri in Italia ne pagano il prezzo

Domenica 16 Dicembre

Fan della Lega abbracciano il leader Matteo Salvini, in una protesta anti UE a Roma. Fotografo: Marco Ravagli/Barcroft Images

Lo stallo con i funzionari europei. Ministri che volano a Bruxelles per negoziare un accordo d’ultimo minuto. Grida di tradimento a casa. Oscuri avvertimenti di calamità economiche e di agitazione sociale.

No, non è il serial della Brexit a Westminster ma la crisi europea che tutti sembrano avere dimenticato: il confronto tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano.

A ottobre, la coalizione italiana di governo, compresa la Lega di estrema destra [sic] e il movimento populista Cinque Stelle (M5S) hanno presentato una bozza di bilancio con molte delle promesse elettorali dei partiti come il reddito di cittadinanza per i disoccupati e l’accantonamento di una precedente proposta di aumentare l’età pensionabile. Il bilancio avrebbe aumentato il deficit italiano al 2.4% del PIL, un tasso più alto di quello previsto dal governo precedente ma più basso del limite europeo del 3%.

Ciononostante, in una mossa senza precedenti, la Commissione europea ha bocciato il bilancio per la violazione della regola fiscale. La previsione di crescita di Roma, ha insistito, è fin troppo ottimista e il vero rapporto deficit/PIL aumenterebbe al 3%.

L’Italia è stata minacciata di sanzioni. La settimana scorsa il governo a Roma ha ceduto stilando un bilancio più austero. Se sia sufficiente per placare la Commissione rimane ancora tutto da vedere.

L’Italia taglia il bersaglio del deficit del 2019 al 2.04% per evitare le sanzioni UE

La reale difficoltà dell’Italia deriva non tanto dal suo deficit annuo quanto dal suo debito [cumulato ?]. Che ammonta adesso a €2600 miliardi (£2300 mld), circa il 133% del PIL, dietro solo alla Grecia, nell’eurozona. Se l’Italia dovesse fare default, il fragile sistema finanziario europeo potrebbe cadere a pezzi. Così la Commissione vuole che Roma vada avanti per far quadrare i conti e rapidamente.

In Gran Bretagna, il perseguimento da parte dei Tories di una simile strategia ha squartato il tessuto sociale della nazione. In Italia, dove solo un terzo dei giovani ha un lavoro, e oltre 5 milioni di persone vivono in “povertà assoluta”, l’impatto potrebbe essere devastante.

Lo stallo sul bilancio non è solo un argomento economico ma è un dibattito politico, che solleva interrogativi sulla democrazia. Bruxelles sta dicendo a Roma: “Non ci interessa il voto degli italiani. La democrazia importa meno delle nostre regole fiscali”.

Questo non è solo antidemocratico ma è anche politicamente pericoloso. La coalizione attuale al governo fa parte del prodotto della risposta europea all’ultima crisi del debito in Italia nel 2001. L’UE chiese allora che il parlamento italiano approvasse un pacchetto di misure altamente austere, imponendo quasi 60 mld di tagli. Il Primo ministro Silvio Berlusconi dovette rassegnare le dimissioni per essere sostituito da un tecnocrate non eletto, Mario Monti, che vigilò sul programma di austerity. Venne poi rivelato che l’UE aveva brigato per mesi per sostituire Berlusconi con Monti.

Due anni dopo, quando si tennero le elezioni, la rabbia popolare sia per la sospensione delle procedure democratiche sia per le conseguenze dell’austerity condotte da Monti, respinsero il partito di Monti e fecero pregustare al movimento 5S il loro primo successo elettorale. Cinque anni dopo, la rabbia pubblica che proseguiva, propulsò il M5S e la destra anti immigrati. la Lega, al potere alle elezioni di marzo scorso. Oggi la Lega è il partito più popolare in Italia. L’UE sembra non avere imparato niente dalla storia.

Il contrasto tra il trattamento europeo dell’Italia e quello della Francia è sintomatico. Fino all’anno scorso, la Francia aveva violato la regola del deficit ogni anno, dal 2008. Non è mai stata sanzionata. La capitolazione del Presidente Emmanuel Macron davanti alle proteste dei gilets jaunes, promettendo di aumentare lo stipendio minimo e la defiscalizzazione degli aumenti delle pensioni minime, ha reso probabile lo sforamento della Francia della regola del 3% l’anno prossimo. Ai primi del 2003, la Corte europea di giustizia aveva sentenziato che i ministri delle Finanze europee erano stati negligenti nel non penalizzare la Francia e la Germania per le violazioni delle regole dell’eurozona. Quindici anni dopo, i colossi europei rimangono liberi di calpestare le regole mentre le nazioni più piccole (e meno piccole come l’Italia) devono sopportare penalità sociali.

Il governo italiano ha varie politiche odiose, in particolare l’attacco brutale ai migranti da parte del ministro degli Interni e leader della Lega, Matteo Salvini. Le politiche dei 5 stelle, sebbene non siano così utopistiche, sono tuttavia tra le più progressiste della coalizione. E così quale è la reazione dell’Unione europea? Accetta le politiche reazionarie in materia d’immigrazione ma non accetta alcun pacchetto di misure economiche per aiutare gli indigenti ?

Nel 2013, essendo stato cacciato dalla sua carica dall’elettorato italiano, Monti, in un discorso di commiato a  un vertice UE ha osservato che “il sostegno pubblico… per l’Unione europea sta declinando drammaticamente”. Per contrastare “l’ondata crescente di populismo e di disaffezione per l’Unione europea”, ha aggiunto, l’UE deve iniziare ad “ascoltare le preoccupazioni della gente”. Non ascoltava prima, e non ascolta adesso.

Tradotto da Nicoletta Forcheri il 14 dicembre 2018

via Scenarieconomci

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