USCIRE DALL’EURO? UNO STUDIO SMASCHERA LE TANTE BUFALE DI COLLASSO: “STARE DENTRO L’EURO NON PUÒ CHE AVERE EFFETTI NEGATIVI”

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Allacciate le cinture e tenetevi forte. È il primo consiglio da dare in caso di uscita si un Paese dall’euro o, peggio ancora, di collasso dell’intera eurozona. Ma non tutti la pensano così. Nemmeno per l’Italia, fanalino di coda dell’Unione. Anzi. «Quello dell’Italia è un caso po’ speciale.

Se si guarda all’andamento della bilancia commerciale e di quella dei pagamenti non si vede un rischio strutturale di svalutazione. Ma anche a tener conto di tutti i fattori tecnici e politici che possono favorire (o consigliare) un deprezzamento della nuova lira del 15 per cento, il risultato è che l’Italia, come la Spagna, corre un rischio “basso” sia dal punto di vista della sostenibilità del debito sia degli altri fattori sensibili».

È una delle conclusioni cui arrivano due economisti francesi, Cedric Durant dell’università Parigi 13 e Sébastien Villemot (Ofce-Science Po) che di recente hanno pubblicato un paper dal titolo «Il tema del bilancio dopo la fine dell’euro; un’analisi sul rischio della ridenominazione della valuta».

Un’analisi che, in maniera più prosaica, potremmo ribattezzare «Tanto rumore per quasi nulla».

«La conclusione più importante del nostro lavoro – segnalano i due – è che, sebbene il problema posto dall’uscita dalla zona euro sia complesso e degno di essere affrontato con la massima serietà, non è il caso di esagerarne la portata.

Dall’analisi dei conti pubblici e privati, oltre che dell’esposizione debitoria dentro e fuori l’Eurozona, emerge che l’uscita dalla moneta unica pone pochi problemi dalla soluzione davvero complicata: la questione del debito pubblico greco e di quello portoghese, in particolare».

Ma, grande sorpresa, nel settore finanziario, accanto alle solite ambasce di Atene, spiccano i problemi di Irlanda e Lussemburgo, i due grandi collettori di capitali alla ricerca del fisco leggero, drogati dal flusso di capitali consentito dall’Eurozona.

«Ma se usciamo dal settore finanziario – è la conclusione – le conseguenze per l’economia reale privata potrebbero essere tenute sotto controllo senza grandi difficoltà»

Insomma, un’analisi controcorrente. Certo, non va preso come oro colato, ma merita comunque attenzione.

Primo, perché dimostra che in Francia il fronte anti-euro non si limita alle campagne del Front National, ma conta anche una non disprezzabile rappresentanza a sinistra, l’area cui appartengono i due studiosi.

Secondo perché, a differenza delle recenti analisi sul tema dell’eurozona, lo studio non si limita alla questione del debito pubblico ma analizza le prospettive dei vari aderenti alla Ue a 360 gradi, tenendo conto della forza dell’apparato produttivo e della finanza privata.

«Il fatto più strabiliante che emerge dall’analisi – si legge – è che tutti i Paesi vantano una posizione finanziaria netta, tutto compreso, positiva verso l’estero, con l’eccezione di Grecia e Spagna.

Questo vale per la componente privata, con la parziale eccezione della Spagna. Ma anche sul fronte dell’esposizione del settore pubblico il dato è fortemente negativo solo per Grecia e Portogallo».

Insomma, il vincolo per restare agganciati all’Eurozona non è così rigido, come comunemente si vuol far credere. Anche perché il futuro rischia di essere assai meno complicato per chi dovrebbe (o vorrebbe) svalutare che non per i nostalgici della moneta forte, alla tedesca.

«I Paesi che potrebbero affrontare, una volta usciti dall’euro, una svalutazione, non dovrebbero subire una drastica riduzione del patrimonio, sia per quel che riguarda i privati sia per l’area pubblica».

In euro o in lire, il valore non cambia vista la modesta esposizione aggregata del settore privato e della stessa componente pubblica. Per carità, i problemi non mancheranno, anche perché un conto è il saldo tra le posizioni attive e quelle debitorie, altro è risolvere le situazioni che si verrebbero a creare.

Ma la situazione sarebbe governabile, con un periodo transitorio all’insegna della flessibilità.

Il vero problema, finora largamente sottovalutato, riguarda l’area forte, cioè quei Paesi che, una volta sganciata l’Europa mediterranea (e la Francia), dovrebbero fare i conti con una moneta rivalutata.

Un grosso guaio, non solo per il danno arrecato alla competitività garantita dall’euro debole (che tanto fa arrabbiare Donald Trump), ma per la perdita di valore dei beni esteri accumulati dai fondi di investimento e dalle banche dei Paesi del Nord, Germania ed Olanda in testa.

In sintesi: la creazione di un euro di serie B piuttosto che il ritorno alle valute nazionali avrebbe un impatto modesto (o comunque sostenibile) per l’Europa più debole, ma colpirebbe al cuore la solidità patrimoniale delle economie del Nord, con effetti sensibili (se non devastanti) per le pensioni.

In termini politici, secondo gli autori dello studio, emerge una realtà sottovalutata: «I Paesi che hanno dimensioni sufficiente a mettere in crisi il futuro dell’Eurozona, ed in particolare dell’euro, in caso di uscita dall’Unione, vedi Francia, Spagna o Italia, dispongono di un potere contrattuale molto più grande di quel che emerge da una lettura superficiale dei dati di bilancio.

O, peggio ancora, dei parametri di Mastricht. Teniamone conto, concludono i due autori, quando si sogliono valutare vantaggi e limiti dell’appartenenza all’area della moneta unica: «Stare dentro l’euro non può che avere effetti negativi per i Paesi della periferia, vista la politica deflattiva imposta dai creditori».

Fonte: qui

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