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Fassina: solo la destra sa che la politica deve proteggerci

Penso che il Ddl firmato da 5 Stelle e Lega sulla Banca d’Italia sia parte della ricostruzione del primato della politicasull’economia. La politica monetaria è uno degli strumenti politici più importanti. E ritenere che la politica debba rimanere fuori dalla politica monetaria è stato un errore, frutto di un pensiero unico che si è affermato in modo assolutamente trasversale. Il disegno di legge che hanno presentato i capigruppo di Lega e 5 Stelle al Senato è sostanzialmente un passo avanti; non è che finisca l’indipendenza di Bankitalia, c’è un richiamo esplicito ai trattati europei. Si introduce il meccanismo previsto per la Bundesbank, quindi non una misura nord-coreana. E cioè: il governo nomina presidente e direttore generale, un membro del direttorio (vicepresidente), e altri due membri del direttorio (anch’essi vicepresidenti) vengono nominati uno dalla Camera e l’altro dal Senato. E’ esattamente il modello vigente in Germania. E solo una sinistra che ha completamente smarrito un minimo di autonomia culturale può considerare eversivo e inaccettabile questa proposizione, che a mio avviso invece fa fare un passettino avanti, alla politica, nel governo di uno strumento fondamentale come quello della politica monetaria.

Lo leggo in una chiave di fase storica, cioè una domanda di politica: perché la Bce deve rinunciare ad avere l’occupazione, come obiettivo, insieme alla stabilità dei prezzi? Siamo di fronte a un’aberrazione: non prendiamo in considerazione la disoccupazione, in un quadro in cui la banca centrale riesce a contenere l’inflazione all’1%. Il processo che stiamo subendo è esploso soprattutto nell’89, quando qualcuno che poi è diventato famoso (Francis Fukuyama) ha parlato di “fine della storia”. Con il crollo del Muro di Berlino è rimasto in piedi un unico modello, quello liberaldemocratico sul piano politico e liberista sul piano economico. La politica doveva farsi da parte, perché i mercati avevano una naturale propensione all’auto-regolazione, massimizzando il benessere collettivo, e quindi della politica non c’era più bisogno. Così si esclude la politica dalla politica monetaria, teorizzando la superiorità dell’indipendenza delle banche centrali. In Europa, col Trattato di Maastricht la politica di bilancio è strettamente confinata, si deve puntare al pareggio di bilancio data la stabilizzazione indotta da quel modello. Quando non avviene è perché ci sono “imperfezioni”, come le “seccature” dei sindacati, che pensano addirittura che i lavoratori possano negoziare il salario.

Quindi si è teorizzato e poi praticato, in tutte le forme, un modello che non solo faceva a meno della politica, ma teorizzava che la politica fosse un intralcio per l’economia. La politica si doveva occupare solo dei morti e feriti che rimanevano per strada, perché poi diventa brutto trovare troppa gente che chiede l’elemosina agli angoli delle strade. E doveva occuparsi di ordine pubblico, interno e internazionale. La novità è che, come scrisse l’“Economist” all’indomani dell’elezione di Trump nel novembre 2016, «history is back». La Brexit, la vittoria di Trump e un filotto di elezioni politiche nell’Unione Europea hanno dimostrato che fasce sempre più larghe di lavoratori e di classe mediasi rivoltano, perché quel modello – che ha marginalizzato la politica – diventa insostenibile sul piano sociale; determina divergenze economiche e sociali sempre meno sopportabili. E’ significativo che l’epicentro della rivolta delle classi medie siano stati il Regno Unito e gli Stati Uniti, cioè i luoghi in cui quell’ideologia neoliberista aveva trovato più compiuta definizione e la massima attuazione possibile.

Ora siamo in quello che sempre più numerosi storici, economisti e scienziati della politica chiamano “il momento Polanyi”; siamo arrivati ad una fase in cui la società si ribella al dominio dell’economia, e alla politica chiede protezione. «Ci fu un un tempo in cui sinistra e popolo erano quasi la stessa cosa», scrive Federico Rampini ne “La notte della sinistra”. «Adesso, in tutto il mondo, le classi lavoratrici cercano disperatamente protezione votando a destra, perché per troppi anni le sinistre hanno abbracciato la causa dei top manager e dell’uomo di Davos, hanno cantato le lodi del globalismo che impoveriva tanti, in Occidente. E la sinistra italiana, anche quand’era all’opposizione, non ha corretto gli errori, anzi: è diventata il partito dello spread, il partito che tifa per l’Europa a prescindere, anche quando è governata dai campioni della pirateria fiscale. E’ una sinistra che abbraccia la religione dei parametri e delle tecnocrazie».

La sinistra viene oggi percepita come lo strumento del potere? Lo strumento di coloro che hanno voluto guidare questa involuzione tecnocratica, negli Usa cancellando il Glass-Steagall Act ad opera di Clinton, nel Regno Unito con la privatizzazione della Bank of England nel ‘96 ad opera di Blair? Certo, purtroppo. Ci si domanda: ha ancora senso parlare di sinistra e destra, in questa emergenza democratica, o è meglio parlare di conservatori contro democratici, che rivendicano la sovranità della politica? Il libro di Rampini l’ho presentato alla Camera. Da una fonte insospettabile di rossobrunismo o di derive salviniane – Rampini è un editorialista di punta di “Repubblica”, giornale che è stato la quintessenza di quella subalternità della sinistra al liberismo – viene finalmente un’analisi fattuale. Bisognerebbe chiedersi perché, in una fase in cui la disuguaglianza è così elevata e lo sfruttamento del lavoro così acuto, una forza che nasce per difendere il lavoro e per combattere la disuguaglianza è al minimo storico ovunque (si veda la famiglia socialista europea). E la ragione è quella efficacemente ricordata da Rampini.

Bisogna tornare all’89, data significativa sia per le sinistre di matrice comunista come quelle italiane, sia per quelle di matrice socialdemocratica. Dopo l’89, da responsabilità di governo importanti, si è concorso a realizzare quell’unico modello che veniva ritenuto possibile. Quindi: liberalizzazione dei capitali, dei mercati, dei servizi, delle merci e delle persone. E dunque, corresponsabilità a generare un assetto regolativo che ha colpito in modo sistematico e violento gli interessi che la sinistra era nata per rappresentare. Si può ancora parlare di destra e sinistra? Assolutamente sì. Dopodiché, la sinistra che abbiamo definito nell’ultimo secolo non è quella di oggi, che non difende più gli interessi per cui era nata. Rimane, in natura, un’alternativa tra chi difende gli interessi dei più deboli e chi difende gli interessi dei più forti. Oggi, i nomi che abbiamo utilizzato finora identificano campi che non svolgono più quelle funzioni. Però, è indubbio che ci sia in campo chi difendere gli interessi dei più forti – e magari lo fa anche con un linguaggio popolare, con una retorica antisistema e anti-establishment – e chi cerca di difendere invece gli interessi più deboli.

Ovviamente non è interpretata da chi storicamente avrebbe dovuto farlo, ma questa dicotomia rimane – e la vediamo sempre di più. Una delle difficoltà dei cosiddetti movimenti antisistema che si proponevano come post-ideologici, né destra né sinistra, è che quando poi entra in campo una destra che rivendica e afferma in modo netto una posizione identitaria, quella presunta superiorità alle categorie “destra e sinistra” diventa molto fragile: quando hai una polarità così nettamente presente sul campo, o ti definisci attraverso una polarità specularmente simmetrica e altrettanto netta, oppure vieni “asfaltato”, come capita ai 5 Stelle nel rapporto con la Lega. Anche in altri paesi europei, quella rivendicata trasversalità post-ideologica dei “populismi di sinistra” come “La France Insoumise” e “Podemos” fa fatica, di fronte a movimenti di destra che brutalmente occupano il campo. Hanno quindi bisogno di definire un progetto pienamente articolato, che consenta loro di collocarsi. Ilproblema è che la stragrande maggioranza delle forze della sinistra storica non riescono ancora a tematizzarlo: continuano a tifare “forza spread”, come dice Rampini.

Oggi sui media non si può parlare di sovranità, termine che fa paura. Ma la sovranità è il pilastro della democrazia: se non è il popolo a essere sovrano, che è sovrano al posto del popolo? Domani presentiamo il libro “Sovranità”, scritto dal professor Carlo Galli, già parlamentare del Pd, ora presidente della Fondazione Istituto Gramsci dell’Emilia Romagna. In questa domanda di politica penso che debba essere riconosciuto un denominatore comune, perché la domanda di politica – di primato della politica – è un dato di fase storica; attribuirlo a una congiuntura astrale negativa, o a un risorgente fascismo, è semplicemente voler rimuovere la realtà e trovare spiegazioni confortanti e consolatorie rispetto alla propria incapacità di misurarsi con le sfide oggi di fronte a noi. Quindi mi trova d’accordo la sottolineatura che oggi siamo in una fase in cui, da diverse parti, si afferma la necessità di ripristinare il primato della politica sull’economia.

Devo dire che la destra nazionalista, per ragioni di codice genetico, è stata intuitivamente capace di cogliere la fase, mentre la sinistra – sia quella moderata, governativa, sia quella che si definisce radicale – rimane prigioniera di un paradigma cosmopolita “no border” che la pone di fronte a un tabù, rispetto alla necessità di strumenti di governo dell’economia che recuperino una dimensione nazionale. Dopodiché, fatta questa considerazione di condivisione, attenzione: perché quel primato della politica può andare a difesa degli interessi più forti, anziché dei lavoratori. Perché se tu vuoi il primato della politica e poi in Italia mi fai l’autonomia regionale differenziata, di fatto spacchi il paese e chiudi con l’unità nazionale, sostenendo gli interessi più forti. Se vuoi introdurre la Flat Tax anziché un programma keynesiano di investimenti pubblici, è chiaro che vuoi un primato della politica che però conferma una serie di interessi. Quindi, il fatto che si arrivi a rivendicare il primato della politica (grazie a una maggiore consapevolezza della fase storica) non vuol dire che è finita, la politica: anzi, la politica ricomincia. Restano due polarità che poi si devono scontrare, perché la politica è conflitto – non distruttivo: è conflitto che poi deve trovare una sintesi. Ma è conflitto.

L’idea che la politica sia senza conflitto è il paradigma che ha dominato negli ultimi 35-40 anni. E’ come se stessimo ricostruendo le condizioni di gioco. Ce l’avevano tolto, la partita non c’era più. Ora si torna a giocare: ma siamo squadre opposte, perché difendiamo interessi diversi. Il quadro sovrastante è quello dell’Unione Europea, e come sappiamo l’Europa dei popoli non è mai nata. Questa Disunione Europea, matrigna e tecnocratica, con l’unico Parlamento al mondo senza potere legislativo, di fatto è in mano a una Commissione non eletta. E’ costruita in modo che la finanza possa imporre le sue regole, e gli Stati sono giustificati a perseguire i loro interessi: si fa notare che alla Francia venga permesso di usare il franco Cfa, e che la Germania possa usare le banche regionali per fare spesa pubblica (e possa infrangere le regole sul surplus commerciale), mentre si usa tutt’altro metro con la Grecia devastata dall’austerity, con la povertà esplosa, il debito pubblico in aumento e anche la richiesta di eliminare la regola che proteggeva la prima casa dal pignoramento.

Il neoliberismo si è imposto perché trae vantaggio da una globalizzazione finanziaria senza regole e dalla mancanza di istituzioni giuridiche e politiche che possano tutelare l’interesse dei popoli. Ma il ritorno alla dimensione nazionale non è un provare a combattere con arco e frecce chi ha i missili balistici? Si può rivendicare la sovranità popolare, la democrazia, a livello municipale, cittadino, provinciale, regionale e nazionale – ma anche sovranazionale – per imporre un modello economico diverso da quello neoliberista? Certamente c’è bisogno di una dimensione più grande di quella nazionale, oggi, perché i problemi sono globali. Il più difficile riguarda l’ambiente, la sostenibilità ambientale. Ritorna incessante anche il problema della pace: siamo sempre più vicini a situazioni di conflitto molto preoccupanti. Poi c’è il problema dell’immigrazione. Quindi è evidente che è necessario un intervento su scala globale. Il punto è: come arrivarci, e come arrivare anche al livello europeo.

Perché la democrazia – lo abbiamo imparato dalla storia – presuppone un popolo, una comunità che abbia legami che vanno al di là di quelli di mercato; presuppone una comunità di persone che abbia una storia, una cultura condivisa – una lingua condivisa, un vissuto condiviso. Altrimenti non la costruisci, una democrazia. Serve una cooperazione internazionale, che è cosa diversa dal cosmopolitismo, e diversa dall’immaginare che siano praticabili gli Stati Uniti d’Europa. Sarebbero desiderabili, in astratto, ma le condizioni storico-politiche per realizzarli non vi sono. L’Europa metterebbe l’uomo al centro della politica? Non mi pare proprio: non è stato così in Grecia, e pare diventi un problema insormontabile accogliere cento migranti in Italia. L’Europa non ha un segno, è un coacervo di segni. Certamente nelle nostre società ci sono filoni culturali e religiosi che hanno quella matrice umanistica, e altri che ne hanno meno.

Dovremmo prendere atto della difficoltà di costruire – a livello di Unione Europea – meccanismi di governo dell’economia che consentano di ricostruire il primato della politica. E non lo facciamo attraverso il Parlamento Europeo. Non riusciamo ad avere un bilancio comune europeo, dato che non c’è disponibilità alla condivisione di risorse. Non riusciamo ad avere una politica monetaria che esplicitamente abbia un doppio mandato (come quella degli Stati Uniti, che guarda anche all’occupazione oltre che alla stabilità dei prezzi). In più, nell’Ue abbiamo popoli che hanno priorità diverse: noi non convinceremo mai i tedeschi ad avere una banca centrale che assolva alla funzione di “prestatore di ultima istanza”, come vorremmo e come sarebbe normale che fosse. Allo stesso modo, i tedeschi non riusciranno mai a convincere noi su altri obiettivi. Abbiamo costruito un sistema che, attraverso il mercato unico, mette in competizione non le imprese, ma i welfare; mette in competizione al ribasso gli ordinamenti giuridici, le Costituzioni. E non abbiamo la condivisione necessaria a costruire quel governo democratico che ci vorrebbe.

E dunque: tornare indietro verso chiusure isolazionistiche o addirittura autarchiche? No, si tratta di trovare un bilanciamento: riconoscere che la legittimazione democratica avviene a livello nazionale, grazie a quella omogeneità di popolo che consente i processi redistributivi che una democrazia comporta, e che a livello sovranazionale deve esserci cooperazione. Per affrontare i problemi globali serve una vera cooperazione internazionale, fatta di Stati che collaborano, non di ipotetiche istituzioni prive della sufficiente legittimazione democratica, orientate attraverso trattati che sono la traduzione dell’impianto liberista. La Commissione Europea non è un organismo tecnico: è un organismo fortemente politico, che non ha nessuna legittimazione diretta – né del Parlamento Europeo, né degli elettori – e agisce non in riferimento a un astratto interesse generale, ma a norme che hanno un segno politico e culturale preciso, che è quello degli interessi più forti, legati in particolare alla finanza e alle grandi imprese esportatrici. Non a caso vengono colpiti imprese e lavoratori legati alla domanda interna.

Non siamo di fronte a un fallimento dell’Unione Europea, o a un inciampo, a un percorso incompleto: siamo di fronte al raggiungimento pieno di quello che era l’obiettivo definito da Friedrich von Hajek negli anni ‘30. E cioè: mettere insieme popoli diversi, in modo che il comun denominatore possa essere solo minimo. E quindi impedire un intervento pubblico significativo, perché se metti insieme realtà così diverse non puoi che arrivare a un minimo comun denominatore, dunque a quello “Stato minimo” che negli anni Trenta era negato e superato, tanto dai regimi comunisti quanto da quelli nazisti o fascisti. Siamo quindi al successo di un disegno, al quale – ahimè – si sono associate anche le sinistre, che invece avrebbero dovuto riconoscere la “matrice di classe” di quello che si andava a costruire. Non l’hanno riconosciuta, o non l’hanno saputa contrastare. E ne pagano le conseguenze, perché oggi chi soffre sceglie altri interlocutori, e considera le sinistre responsabili delle condizioni di sofferenza economica e sociale che vive.

(Stefano Fassina, dichiarazioni desunte dalla conversazione con Marco Moiso, vicepresidente del Movimento Roosevelt, in web-streaming su YouTube il 24 giugno 2019. Economista della Bocconi e già in forza al Fmi, Fassina è stato viceministro con Enrico Letta prima delle dimissioni nel 2014 per contrasti con Renzi. Passato a “Sinistra Italiana”, quindi rieletto alla Camera nel 2018 con “Liberi e Uguali”, è ora leader del movimento “Patria e Costituzione”. Con Vincenzo Visco nel 2008 ha scritto “Governare il mercato. Le culture economiche del Partito democratico”, Donzelli editore, con prefazione di Eugenio Scalfari e nota conclusiva di Walter Veltroni. Per Imprimatur Editore nel 2014 ha partecipato al volume “Lavoro e libertà. La sinistra nella grande transizione”. Ancora per Donzelli il saggio, sempre del 2014, “Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti”. Del 2017, infine, il libro “In cerca della politica. La sinistra per l’uomo”, scritto con Michele Dau per Castelvecchi, mentre è del 2018 la partecipazione al volume collettivo “Controvento. Contributi per la rinascita della Sinistra. Il patriottismo costituzionale”, edito da Imprimatur).

Fonte: https://www.libreidee.org/2019/06/fassina-solo-la-destra-sa-che-la-politica-deve-proteggerci/

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